BENVENUTI NELLA HOME PAGE DI FELICE NAVA SU DIPENDENZE PATOLOGICHE E DIRITTI ALLA SALUTE
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Il Carcere non può essere una pena

Corriere della Sera, 7 luglio 2015 di Glauco Goistra*

 

Un'emblematica coincidenza: mentre tra pochi giorni l'ordinamento penitenziario compie quarant'anni, in Parlamento è iniziato l'esame del disegno di legge delega per la sua riforma. L'ottimismo con cui saremmo indotti a brindare a questo compleanno così foriero di promettenti prospettive è "guastato" da alcuni inquietanti interrogativi, cui non è facile dare una risposta incoraggiante.

Come è possibile che con un ordinamento penitenziario al tempo tra i più avanzati del mondo siamo giunti a subire una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell'uomo, per trattamento inumano e degradante delle persone detenute? Come è possibile che il disegno di legge delega miri "all'effettività rieducativa della pena", quando è già la nostra Costituzione a esigerlo da quasi settant'anni? Come è possibile che oggi l'aratro della riforma insista, a ben vedere, sugli stessi solchi tracciati dalla legge penitenziaria di quarant'anni fa?

A questo sconfortante bilancio hanno concorso molteplici cause, ma la causa delle cause risiede nella diffusa convinzione che il carcere sia l'unica risposta alle paure del nostro tempo e nella corrispondente tendenza politica - elettoralmente molto redditizia - ad affrontare ogni reale o supposto motivo di insicurezza sociale ricorrendo allo strumento meno impegnativo e più inefficace: aumentare le fattispecie di reato e l'entità delle pene, diminuendo nel contempo le possibilità di graduale reintegrazione del condannato nel consorzio civile.

Una politica penale di tal fatta si è espressa ciclicamente con "scorrerie legislative" di segno involutivo e "carcerocentrico", che non potevano non produrre un crescente sovraffollamento penitenziario e minare la credibilità stessa della funzione risocializzativa della pena. Il problema, dunque, è culturale, prima che normativo.

Verosimilmente, è proprio con questa consapevolezza che il ministro della Giustizia ha voluto affiancare alla riforma legislativa in corso un'iniziativa inedita: gli Stati generali dell'esecuzione penale. Una iniziativa che intende sollecitare per circa sei mesi l'attenzione pubblica e il dibattito culturale sulla complessa problematica della pena, specie carceraria.

Sono stati costituiti tavoli tematici su aspetti nevralgici della realtà dell'esecuzione penale, interpellando quelle professionalità e quelle esperienze (circa duecento persone) che per ragioni diverse la intersecano (e ciò dovrebbe bastare a chiarire quanto fosse "in difficoltà di senso" la polemica dei giorni scorsi sul caso Sofri).

Il lavoro dei tavoli, che prende avvio proprio in questi giorni, potrà avvalersi anche delle indicazioni provenienti dalla "consultazione pubblica" promossa in varie forme dal ministero della Giustizia e sfocerà in proposte da sottoporre a un Comitato scientifico, a cui spetterà il compito di compendiarle in un articolato prodotto finale, oggetto di seminari e dibattiti aperti alla cittadinanza.

Una tale mobilitazione culturale e sociale dovrebbe apportare significativi contributi alla riforma normativa e organizzativa del nostro sistema penitenziario. Ma soprattutto, sensibilizzando l'opinione pubblica, potrà costituire una sorta di "placenta culturale" per tale riforma, preparandone l'habitat sociale, nella consapevolezza che nessuna novità legislativa farà mai presa sulla realtà, se prima le ragioni che la ispirano non avranno messo radici nella coscienza civile del Paese.

Nel nostro quotidiano il carcere resta fuori - per così dire - dal campo visivo dello sguardo sociale, salvo poi rievocarlo dall'ombra quando efferati fatti di cronaca ce ne ricordano o ce ne fanno reclamare la necessità. Solo allora torniamo a "vedere" il carcere come il luogo dove rinchiudere illusoriamente tutti i nostri mali e le nostre paure.

Puntare a lungo il riflettore dell'attenzione collettiva sull'esecuzione della pena significa, invece, indurre a guardare, a conoscere, a capire; a pensare che la sacrosanta esigenza di vedere rispettate le ragioni di chi subisce le conseguenze, spesso gravissime, di un reato non si debba necessariamente risolvere in una cieca punizione del colpevole, ma possa tradursi, tra l'altro, nella valorizzazione delle attività del reo volte a compensare il danno morale e materiale ingiustamente causato; a comprendere che l'espiazione della pena deve essere anche occasione per il condannato di avvalersi di opportunità di risocializzazione, responsabilizzandone rigorosamente le scelte, in un contesto però rispettoso della sua dignità e dei suoi diritti, che ripudi ogni processo di "incapacitazione", vòlto a indurre una rassegnata minorità.

Significa, soprattutto, offrire all'opinione pubblica gli strumenti per smascherare la inconsistenza di certi sensazionalismi mediatici e di certi demagogici allarmismi. Ci si potrebbe tardivamente render conto, ad esempio, di quanto mistificante fosse il termine "svuota carcere" con cui sono stati etichettati gli ultimi provvedimenti legislativi: un termine che evocava l'idea di un cieco "sversamento" nella società del pericoloso contenuto dei penitenziari, mentre con quei provvedimenti si cercava soltanto di evitare la permanenza o l'ingresso in carcere di chi - secondo la Costituzione e il buon senso - non avrebbe dovuto né restarvi, né entrarvi. Ma nell'odierna informazione fast-food le parole-concetto contano più della realtà: la tossina della mistificazione, una volta inoculata nelle vene mediatiche, non conosce antidoto efficace.

Si comprende bene, quindi, quanta parte del successo di questa sfida culturale dipenderà dalla capacità di coinvolgere i mass media. È fondamentale che gli operatori dell'informazione abbiano la piena consapevolezza della loro grande responsabilità, soprattutto in questo settore: la quantità e la qualità delle notizie riguardanti il crimine e la pena incidono sulla percezione sociale dei pericoli e, di conseguenza, sulla politica penale del legislatore.

Non può non far riflettere, ad esempio, che da una indagine sulle principali testate televisive dei maggiori Paese europei, risulti che in Italia l'informazione televisiva dedica alle notizie riguardanti la criminalità circa il triplo dello spazio (il 58% dell'intera offerta informativa) ad essa riservato in Paesi come la Francia e la Germania (Rapporto dell'Osservatorio europeo sulla sicurezza, 2014), nei quali il ricorso alle misure alternative al carcere era, sino a qualche anno fa, quasi dieci volte superiore a quello italiano: è difficile non dare un significato a questa correlazione.

Una stampa meno sensazionalistica, più tecnicamente provveduta e documentata potrebbe dare un apporto determinante a quella crescita della cultura penale perseguita dagli Stati generali, che le potrebbero fornire dati, documenti e analisi.

Avrebbe gli strumenti, infatti, per spiegare che la criminalità non si fronteggia vessando i responsabili già individuati e puniti, ma ponendo le premesse socioeconomiche per ridurre al minimo le ragioni del delinquere e fornendo alle forze di polizia risorse, personale e strumenti per prevenire e contrastare le manifestazioni delittuose, nonché per accertarne le responsabilità; che non vi è alcuna correlazione tra il tasso di incarcerazione, da un lato, e il livello di criminalità e di sicurezza sociale, dall'altro; che le misure alternative alla detenzione, favorendo un progressivo reinserimento nella società del condannato, non rappresentano un modo per rendere ineffettiva la pena, bensì per renderne effettiva la funzione assegnatale dalla Costituzione; che l'espiazione non esclusivamente carceraria della pena abbatte drasticamente l'indice di recidiva e quindi riduce, non aumenta, le ragioni dell'insicurezza sociale; che l'evasione o l'azione criminosa di un soggetto ammesso a una misura alternativa (evenienza molto rara, ancorché amplificata a dismisura dai media) non è necessariamente frutto di un errore del magistrato che l'ha concessa o di una disfunzione del sistema, ma è il tributo che si paga a una scelta di politica penale che, dati alla mano, offre enormi vantaggi proprio in termini di sicurezza.

È dunque all'evidenza un progetto culturalmente molto ambizioso, quello degli Stati generali. Trattandosi di una iniziativa inedita e di grande respiro non mancheranno inadeguatezze operative, resistenze politiche e culturali, risultati inappaganti. Talvolta, forse, si dovrà orazianamente prendere atto che maiores pennas nido ("ali più grandi del nido"), cioè le aspirazioni sono superiori alle possibilità. Di certo, come il passato insegna, sarà votato all'insuccesso ogni tentativo di affidare soltanto alle norme un mutamento della cultura penale nel nostro Paese.

 

* Coordinatore del Comitato scientifico degli Stati Generali dell'esecuzione penale

Il Perdono di Obama "Droga, fuori dal carcere i detenuti non violenti"

la Repubblica - 5 Luglio 2015 di Alberto Flores D'Arcais

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama sta per concedere la libertà a numerosi detenuti “non violenti” accusati di reati di droga

 

NEW YORK . Si chiama “clemency executive power” ed è il potere (garantito dalla Costituzione) che ha un presidente degli Stati Uniti di concedere la grazia, la commutazione o la sospensione di una pena per i reati federali commessi «contro gli Stati Uniti ». Nei suoi primi sei anni alla Casa Bianca Barack Obama l’ha usato con una certa parsimonia (attirandosi le critiche della parte più liberal dell’elettorato democratico), ma all’inizio della primavera (era il 30 marzo) ha cambiato registro, annunciando- «a sorpresa solo per chi non lo conosce bene», fecero sapere allora dal suo staff – di aver ridotto le sentenze per ventidue carcerati (di cui otto condannati all’ergastolo) colpevoli di reati legati al traffico e alla detenzione di droga (saranno, eccetto uno, tutti in libertà per la fine di luglio).

Da allora il presidente americano ha moltiplicato i “perdoni” e nelle prossime settimane si avvia a firmare (come ha anticipato Peter Baker sul New York Times ) decine di nuove “clemenze”, diventando il presidente Usa che nell’ultimo mezzo secolo ha fatto più ricorso al “potere esecutivo”. In termini assoluti sono numeri molto piccoli (negli Stati Uniti la popolazione delle carceri federali e statali supera il milione e mezzo su un totale di oltre due milioni di inmates e sei milioni di persone “sotto controllo correzionale”) ma l’impatto politico – e con inevitabili conseguenze giudiziarie – è indubbiamente forte e per una volta ha messo d’accordo anche diversi esponenti repubblicani. La revisione del sistema penale è ormai un fatto bipartisan, come Obama ( e Hillary Clinton) anche diversi candidati del Grand Old Party in corsa per la Casa Bianca 2016 si sono espressi a favore e al Congresso deputati e senatori dei due partiti stanno mettendo a punto nuove leggi.

«Mi sto concentrando su persone in prigione per reati di droga non-violenti che spesso sono stati condannati a 20, 25 o 30 anni di carcere», aveva spiegato a marzo Obama parlando in South Carolina ad un pubblico prevalentemente afro-americano (negli Usa i carcerati neri sono quasi il 40 per cento del totale), portando ad esempio quello di una ragazza la cui unica colpa era di essere la girlfriend dell’amico di uno spacciatore. E con i condannati per reati correlati alla droga che oscillano tra il 35 e il 40 per cento (di cui una buona metà per marijuana – che in quattro Stati degli Usa è legale – e droghe leggere) e una spesa federale (e statale) da anni fuori controllo. Il fatto che insieme alla Casa Bianca si siano schierati (lavorando assieme) il Center of American Progress (liberal) e Koch Industries (l’impero dei fratelli ultra-conservatori Charles e David Koch) non ha sorpreso più di tanto. Un lavoro che la United States Sentencing Commission (Ussc) ha già portato avanti, riducendo le sentenze di circa 9.500 carcerati per “fatti di droga non-violenti” di cui tre quarti sono afro-americani o ispanici.

«È arrivato il momento in cui conservatori, liberal, libertari e altra gente dei più diversi segmenti politici lavorino insieme e focalizzino la pubblica attenzione su sentenze eccessive, sui loro costi e sulle loro conseguenze», ha spiegato Neil Eggleston il legale della Casa Bianca che sta consigliando Barack Obama su chi (tra le migliaia di petizioni che arrivano) può essere preso in considerazione per il “clemency executive power”. Nelle prossime settimane dovrebbero essere circa un’ottantina i carcerati che verranno “perdonati”, nei prossimi mesi e fino alla fine del 2016 (quando il primo presidente afro-americano lascerà la Casa Bianca) sicuramente molti di più.

 

Siamo liberi perchè siamo più forti dei nostri geni (grazie all'azione del caso) di Edoardo Boncinelli

Corriere della Sera - Il Club della Lettura - La Scienza - 10 Agosto 2014

 

Gli spiragli degli imprevisti consentono di sottrarci alla rigida determinazione psicofisica

 

L’uomo ha sempre aspirato alla libertà, ma occorre chiedersi quanto si possa effettivamente essere liberi. E cosa eventualmente lo vieti. Vediamo. Esistono almeno tre forme di libertà, ovvero di indipendenza o di affrancamento da determinismi, predestinazioni e prepotenze: la libertà dalle cose del mondo, la libertà da se stessi (cioè dalla propria costituzione psicofisica) e la libertà dagli altri, intesi come esseri capaci di intendere e volere. La più facile da illustrare e la più trattata da sempre è l’ultima forma, la libertà dal volere degli altri. Da tempo l’essere liberi si identifica con il non essere sottoposti a costrizioni o limitazioni imposte da altri esseri umani che agiscano consapevolmente. Qui non si tratta di sapere quanto si può essere liberi, ma quanto si vuole essere liberi, cioè quanto si è disposti a pagare, come individui o collettività, per esserlo veramente, cioè quanto si vuole essere diretti da se stessi e quanto da altri.

Ritengo che non sia il caso di insistere su questa forma di libertà. Ma con un codicillo. Nel nostro mondo si è enormemente attenuato il pericolo di subire costrizioni fisiche e limitazioni materiali della libertà, ma è venuto in primo piano un altro, più subdolo, rischio: quello di perdere di vista la propria personale convinzione su questo o quell’argomento, assediati e soffocati da false teorie, pregiudizi, frasi fatte e conformismi di ogni tipo, compreso il cosiddetto anticonformismo.

Non molto più difficile è parlare della prima forma di libertà che abbiamo elencato, quella dalle cose del mondo, ovvero dalle leggi e dai dettati della fisica, incluse astronomia e geofisica, chimica e storia naturale delle creature che popolano il globo, compresi gli agenti infettivi. Questo riguarda anche dove siamo nati, e come, e tutto ciò che ci accade intorno e che ci tocca da vicino senza una nostra precisa responsabilità. Su tutto questo possiamo fare ben poco, anche se non tutti i decreti del cosiddetto destino sono ineluttabili.

Viene qui a proposito l’introduzione del concetto di determinismo, come determinazione più o meno totale degli eventi futuri sulla base della situazione presente. Tale determinismo può essere, almeno in teoria, assoluto, come quello che non ammette deroghe, o relativo, che abbia cioè rilevanza, ma non ineluttabile. Fin dai primordi siamo stati inclini a vedere uno o più responsabili dietro a ogni evento, anche il più meccanico e contingente. Questo atteggiamento animistico ha preso poi la forma di una religione, prima ricca di molti dèi e poi monoteista, almeno in alcune aree del globo. La prima idea di determinismo assoluto si appoggia quindi nella Grecia antica su una sorta di fato ineluttabile e successivamente nella Cristianità sul potere di un Dio creatore e ordinatore. Cui nulla sfugge. Detto in un parlare popolare «Non si muove foglia che Dio non voglia»; detto più poeticamente «C’è una speciale provvidenza anche nella caduta di un passero», come sostiene Amleto. Tale tipo di determinismo assoluto di stampo teologico è stato messo in discussione da più autori, tra i quali Sant’Agostino, con l’introduzione dell’idea di un nostro «libero arbitrio»: Dio avrebbe scelto cioè di lasciare, entro certi limiti, l’uomo libero di scegliere il proprio comportamento. Come, non si sa.

Nel Settecento al determinismo teologico è subentrato un determinismo fisico o, piuttosto, meccanico: conoscendo tutto della situazione attuale delle varie componenti del mondo, se ne può prevedere l’andamento futuro. Sono rari i casi di affermazioni che si presentano così categoriche, ma ce ne sono stati — famoso è quello di Pierre Simon Laplace — e soprattutto tale è il sentimento di molti scienziati e intellettuali dell’epoca. Se la situazione è quella descritta da un tale determinismo assoluto, c’è ben poco spazio per la libertà. Ma non è così — e probabilmente lo sapeva lo stesso Laplace — anche se molta gente ritiene che questo sia ciò che pensa la maggior parte degli scienziati.

Ma, prima di procedere oltre, sento la necessità di rilevare che quando si parla della nostra conoscenza scientifica del mondo occorre tener conto del fatto che non tutto ha per forza una spiegazione e che di tutte le spiegazioni possibili, oggi ne conosciamo solo una parte. Innanzitutto, la fisica del Settecento riguardava essenzialmente la meccanica, mentre dovevano venire poi l’ottica, la fluidodinamica, la termodinamica, l’elettromagnetismo e infine la fisica degli atomi. Poteva mai quindi la sola conoscenza della meccanica vederci abbastanza chiaro nel complesso dei fenomeni naturali? Due sono stati essenzialmente gli eventi che ci hanno fatto cambiare idea sul determinismo assoluto di stampo fisico. A livello macroscopico, siamo progressivamente venuti a contatto con un numero crescente di fenomeni cosiddetti non lineari che accadono su una molteplicità di scale dimensionali. La non linearità di un fenomeno stipula che raddoppiando l’intensità delle cause non si ottiene necessariamente il raddoppiamento degli effetti, ma in genere un loro incremento molto superiore. Il fatto poi di accadere su una estesa molteplicità di scale dimensionali conferisce a un fenomeno una maggiore imprevedibilità e complessità. Complessità è infatti il parametro che si invoca molto spesso per riassumere tutte queste difficoltà nello studio della fisica a livello macroscopico, anche se del termine in questione si è talmente abusato da farmelo diventare antipatico. Il problema non è di invocare la complessità, ma di aggirarla.

A livello microscopico poi, è noto che la fisica atomica e quella subatomica hanno complicato improvvisamente tutto, introducendo principi e punti di vista nuovi e diversi e facendo entrare l’elemento casualità dalla porta principale. L’effetto di tutto questo è stato quello di prendere coscienza di quanto conti il caso in tutti gli eventi materiali. Altro che entità responsabili e deliberanti!

A tutto questo la biologia evoluzionistica ha aggiunto un carico da undici, mostrando quale ruolo abbia avuto il caso nell’evoluzione dei viventi. Insomma un po’ di libertà c’è per tutto e per tutti, fra le pieghe delle leggi fisiche e approfittando delle loro maglie allentate dal caso e dalla contingenza.

Devo notare comunque che, nonostante il coro di lamentazioni che sale continuamente da più bocche, il mondo nel suo complesso non è stato mai tanto sicuro e prevedibile come oggi. Resta tuttavia un certo margine di rischio che può essere ancora ridotto.

La forma più recente di determinismo possibile e di relativa libertà da quello, si è avuta a proposito della nostra propria costituzione psicofisica, dall’assetto genetico alla dinamica neurobiologica.

Siamo liberi?

E quanto siamo liberi dai nostri determinanti biologici fondamentali?

La mia risposta è semplice e chiara: tutto sommato siamo abbastanza liberi. Perché? Perché siamo troppo complessi per farci determinare in tutto e per tutto da un qualsiasi complesso di elementi. Il nostro corpo e soprattutto il nostro cervello hanno una struttura che non può che sfuggire a una totale determinazione da parte dei nostri geni, come pure da parte dei nostri circuiti e microcircuiti cerebrali. L’allentamento di tali determinazioni materiali lascia abbastanza spazio all’azione del caso e quindi alla libertà. Quest’ultima affermazione può risultare un po’ inquietante.

Che c’entra la libertà con il caso?

E che c’entra la nostra relativa autodeterminazione con la casualità?

Intanto se non esistessero gli spiragli lasciati dal caso, sarebbe tutto totalmente determinato e non sarebbe proprio il caso di parlare di libertà, neppure potenziale. In secondo luogo, se esiste qualche opportunità di indirizzare più o meno consapevolmente il nostro destino terreno, è solo approfittando degli attimi di distrazione, per così dire, della nostra rigida determinazione psicofisica che questo può accadere. Il problema, semmai, è chi o che cosa deve approfittare di tali preziose opportunità. L’Io, si dice a volte, o il nostro Sé, o la nostra coscienza, se tali entità esistono. O il nostro corpo nella sua interezza, unica realtà dimostrabile, associata alla nostra volontà e sensibilità.

Ci piaccia o no, noi siamo il nostro corpo, in tutte le sue funzioni e articolazioni. E questo è abbastanza libero e abbastanza nostro da poter dire: «Io». Non cerchiamo dunque improbabili alibi; entro certi limiti siamo e saremo personalmente responsabili del nostro agire.

Edoardo Boncinelli

Illustrazione di Francesca Capellini

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Giustizia: Napolitano; firmato "con rammarico" il decreto su Ospedali Psichiatrici Giudiziari di Margherita De Bac

 

Corriere della Sera, 2 aprile 2014

 

È uno dei temi che gli stanno più a cuore, dunque non sono una sorpresa le parole del presidente della Repubblica: "Ho firmato con estremo rammarico il decreto legge di proroga urgente relativa alla chiusura degli ospedali psichiatrici".

Il capo dello Stato si riferisce al rinvio dello stop ai sei manicomi criminali slittato di un altro anno. Ultima data 31 marzo del 2015. Rammarico soprattutto nei confronti delle Regioni "per non essere state in grado di dare attuazione concreta a quella norma ispirata a elementari criteri di civiltà e rispetto della dignità di persone deboli".

Castiglione delle Stiviere, Barcellona Pozzo di Gotto, Aversa, Secondigliano, Montelupo Fiorentino, Reggio Emilia. In tutto restano dentro dalle 900 alle 1.000 persone da sistemare in ambienti sanitari e non di detenzione. Napolitano apprezza però "gli interventi previsti nel decreto legge di proroga per evitare ulteriori inadempienze e per mantenere il ricovero in ospedale giudiziario solo quando non sia possibile assicurare altrimenti cure adeguate alle persone internate e fare fronte alla loro pericolosità sociale". È la solita storia all'italiana quella che ha impedito ai luoghi "dell'orrore" di essere smantellati. Finora già due proroghe. Rimpallo delle responsabilità. Le Regioni dovevano realizzare strutture alternative al carcere; ora puntano il dito sul ministero della Salute che non avrebbe dato via libera a progetti e finanziamento. Tutti si dicono determinati a chiudere. Però la data non arriva mai.

Il ministro della Giustizia Andrea Orlando promette che ci saranno interventi anche pesanti sulle amministrazione ritardatarie. Attacca Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, una delle associazioni più agguerrite: "Tutti si lamentano e denunciano il degrado degli ospedali psichiatrici e niente cambia. Bisogna nominare un commissario. I soldi stanziati per la chiusura nel frattempo devono essere spesi per gli internati".

Le Regioni replicano: "Anche noi siamo rammaricati, noi stiamo facendo il possibile, c'è un progetto per la riabilitazione di queste persone. Non si può dare un giudizio generalizzato perché c'è chi sta facendo bene", si difende l'assessore alla sanità della Liguria, Claudio Montaldo.

Ogni Regione ha fatto scelte differenti prevedendo strutture non lontano dalla sede carceraria. In genere si tratta di microstrutture. In teoria gli internati dovrebbero essere trasferiti nei luoghi di provenienza dunque nel rispetto delle loro origini. Molti di loro hanno perso i contatti con le famiglie. In Marche ed Emilia Romagna i piani per il superamento sono in fase avanzata.

A breve avranno anche le risorse per il personale (un finanziamento a parte) che verrà assegnato alle nuove strutture. Ma per la Cgil la soluzione non sono le residenze alternative disegnate dal ministero della Salute. Ne è convinto Stefano Cecconi: "Andrebbero potenziati i servizi di salute mentale sul territorio che dovrebbero prendere in carico gli internati negli ospedali psichiatrici ancora in funzione".

Giustizia: sulle carceri Renzi ha una sola idea chiara in testa..."no" ad amnistia ed indulto! di Marco Travaglio

Il Fatto Quotidiano, 9 marzo 2014

 

Una notizia buona e una cattiva. Prima la cattiva: Renzi non ha le idee chiare sulla giustizia (o, se le ha, le nasconde benissimo). Nel discorso d'insediamento al Senato, ha riassunto la riforma che ha in mente con questa supercazzola: "Sulla giustizia non possono esserci solo derby ideologici. La giustizia è un asset reale".
Poi, rispondendo a Saviano su Repubblica, ha annunciato l'ennesimo "commissario anticorruzione" per combattere mafie e tangenti e recuperare il maltolto. Infine, per difendere i cinque membri inquisiti del governo, ha mandato la Boschi alla Camera a farfugliare di "presunzione di innocenza" e ha accusato Civati di incoerenza perché partecipò alle primarie del Pd essendo ancora indagato. Ora, nell'ordine.
1) Non sappiamo che diavolo sia un "asset reale", ma sappiamo per certo che in questi 20 anni sulla giustizia non c'è stato alcun "derby ideologico" fra opposte fazioni: c'è stato un attacco sistematico alla legalità dal partito trasversale della corruzione, dell'evasione e della trattativa Stato-mafia, a cui si sono opposti pochi giuristi, magistrati, giornalisti, politici e movimenti della società civile, Costituzione alla mano.
2) Mafie e corruzione non si combattono con i commissari straordinari (ne abbiamo visti sfilare a decine e non sono serviti a un tubo), ma con armi efficaci in mano ai magistrati, alle forze dell'ordine e alla Pubblica amministrazione: dalla riforma della prescrizione al ripristino del falso in bilancio all'introduzione dell'auto riciclaggio (l'apposito emendamento Civati al decreto sui capitali all'estero attende ancora l'ok del governo e il voto della maggioranza e del M5S).
3) La presunzione di non colpevolezza (non di innocenza) riguarda i processi e non c'entra nulla con i requisiti richiesti a chi viene designato a una pubblica funzione (un conto sono le primarie del partito, un'associazione privata, un altro la selezione dei membri del governo). La buona notizia è che, nella confusione renziana, c'è un'eccezione: il No chiaro e netto ad amnistia e indulto.
L'altro giorno, con cinque mesi di ritardo, i soliti quattro gatti hanno discusso alla Camera il messaggio di Napolitano sul sovraffollamento delle carceri e sull'urgenza di provvedere prima di maggio, quando scatteranno le prime multe europee (i decreti svuota-carceri Alfano, Severino e Cancellieri - come avevamo ampiamente previsto in beata solitudine - erano buffonate).
La neoresponsabile Giustizia del Pd, la renziana Alessia Morani, ha sbaraccato la linea dell'indulgenza plenaria, lasciando soli Ncd, FI e Udc a ululare alla luna il "liberi tutti". Era ora. Resta da capire quando arriverà la pars construens: edificare nuove carceri, riaprire Pianosa e Asinara, ristrutturare caserme in disuso per recludere detenuti meno pericolosi, abolire il reato di clandestinità, rivedere la Bossi-Fini e applicarla nella parte che prevede di far scontare agli stranieri gli ultimi tre anni nei loro paesi.
Ma il fatto che il Pd cambi rotta, e che dunque la maggioranza dei due terzi richiesta per amnistie e indulti non esista più, è un'ottima novità. Soprattutto per le vittime dei reati, in continuo aumento a causa della crisi (l'Espresso parla di una casa svaligiata ogni due minuti). Finiscono così al museo di paleontologia i tromboni sinistri della decarcerazione, che han fatto danni per 20 anni.
Ancora l'altro giorno l'Unità pubblicava un comico "saggio" di Luigi Manconi che tenta pietosamente di difendere l'indulto del 2006: quello che, per salvare Previti e B., mise fuori quasi 30 mila delinquenti e non ne fece più entrare almeno altrettanti.
La tesi - tenetevi forte - è questa: chi viene scarcerato al momento giusto torna a delinquere per il 68%, mentre i detenuti liberati anzitempo nel 2006 ci sono ricascati (o meglio, sono stati beccati a ricascarci) "solo" per il 34%, dunque l'indulto conviene e bisogna farne altri. Saranno felici le 10 mila nuove vittime che non avrebbero subìto alcun danno se i loro 10 mila persecutori fossero rimasti dentro a scontare la pena per intero. Poi uno si domanda perché il centrosinistra non vince mai.

Firma per le Tre Leggi: Tortura, Carcere, Droghe. Hai tempo fino al 20 Settembre!

Guantánamo, la tortura e noi di Adriano Sofri

Quei 92 corpi alimentati a forza a Guantanamo costano all’America più di una battaglia perduta. La pena di vita

In calce alla lettera del detenuto yemenita a Guantánamo pubblicata lo scorso 14 aprile dal New York Times si legge qualche centinaio di commenti. Uno dice: “Io concordo col senatore McCain, che fu lui stesso vittima di tortura. Quando un altro senatore gli disse: ‘Perché dovremmo preoccuparci di questi terroristi?’, McCain replicò: ‘Non si tratta di chi sono loro, ma di chi siamo NOI. Noi siamo gli Stati Uniti d’America, e gli Stati Uniti d’America non torturano la gente”.

Nella lettera, Samir Naji al Hasan Moqbel, 35 anni, descrive minutamente il tormento dell’alimentazione forzata attraverso il sondino nasogastrico. (Ne ha scritto qui Daniele Raineri lo scorso 17 aprile). “Sono detenuto a Guantánamo da 11 anni, non ho ricevuto alcuna imputazione, non ho avuto alcun processo… Sostennero che fossi una ‘guardia’ di Osama bin Laden, una cosa insensata, mi sembrava uscita dai film americani che mi piaceva guardare. Nemmeno loro sembrano crederci più… Non dimenticherò mai la prima volta che mi hanno infilato il tubo nel naso. Mi legano alla sedia nella mia cella due volte al giorno. Non so mai quando arriveranno, a volte vengono durante la notte... Il 15 marzo ero malato nell’ospedale della prigione e mi sono rifiutato di mangiare. Una squadra della Extreme Reaction Force /poi ribattezzata eufemisticamente Forcible Cell Extraction: estrazione energica…/ ha fatto irruzione. Mi hanno legato mani e piedi al letto e inserito a forza una flebo nella mano. Ho passato 26 ore in questo stato, legato al letto. Non sono potuto neanche andare in bagno. Mi hanno messo un catetere, un’azione dolorosa, degradante e non necessaria. Non mi è stato permesso neanche di pregare… Durante una nutrizione forzata l’infermiera ha spinto sbrigativamente il tubo in profondità dentro il mio stomaco. Ho pregato di sospendere, si è rifiutata. Stavano finendo, quando un po’ di quel ‘cibo’ si rovesciò sul mio abito. Chiesi di cambiarlo, ma la guardia mi negò questo estremo appiglio di dignità”.

La cosa di cui si sta parlando è la nutrizione forzata. (Quella, mutatis mutandis, cui una legge di Stato avrebbe voluto assoggettare anche tutti i cittadini liberi del nostro paese).

Avrete letto i racconti sui viaggi nei vagoni piombati, sull’umiliazione terribile dei bisogni corporali. Parlai con molti vecchi ceceni che avevano subito la deportazione staliniana in Kazakistan o in Siberia. Non sono cose che si possano dire, rispondevano. Abbassavano la testa e sussurravano che molte persone si facevano morire sui treni per la vergogna.

Dice una mia amica: “Ho letto che il New York Times ha pagato l’articolo al detenuto yemenita (la tariffa standard: 150 dollari) e che quei soldi saranno spediti alla sua famiglia nello Yemen. Confesso che ho pensato, sentendomi poi molto in colpa: chissà cosa ne sarà di quei soldi, ci compreranno il cibo per i bimbi o ci costruiranno una bomba come quella che è scoppiata a Boston, che costa 100 dollari?”.

Già. Il dilemma breve della mia amica serve a ricordarsi, oltre che dei principii, della differenza fra prevenzione e repressione. Coi detenuti senza imputazioni di Guantánamo, supposti pericolosi e resi pericolosi, la differenza è bruciata. La repressione vuol essere preventiva. Ma il cibo per i bimbi non è, a chi pensi così, una vera alternativa: nutrite i bambini a Gaza o in Libano o in Pakistan, e forse qualcuno di loro, senza nemmeno aspettare d’esser cresciuto abbastanza, si metterà addosso una cintura esplosiva e si farà scoppiare in mezzo a una folla di “nemici”. Ma non possiamo affamare preventivamente mezzo mondo – e più. E’ già affamato abbastanza di suo. Non possiamo affamarne nemmeno uno solo, abbastanza da rimandarlo al Creatore.

Intanto, però, ricordiamoci del mondo in cui viviamo ordinariamente, del nostro angolo di pianeta. Nel cantone di Zurigo, il 16 aprile, un carcerato comune, cittadino svizzero di 32 anni, condannato nel 2009 per tentato omicidio, è morto nell’ospedale in cui era stato trasferito dopo uno sciopero della fame iniziato nello scorso gennaio. Aveva rifiutato ogni intervento medico, e la sua volontà è stata riconosciuta legittima e rispettata.

Il 30 aprile, negli Stati Uniti, mentre il presidente Obama tornava a dichiarare il proprio desiderio di chiudere Guantánamo, il presidente dell’American Medical Association protestava contro la nutrizione forzata: “Ogni paziente ha diritto di rifiutarla anche se ne dipenda la sua vita”.

Il 21 aprile è stato l’Independent a pubblicare il testo di un altro detenuto di Guantánamo, Shaker Ameer, saudita, 45 anni. Anche lui è lì da undici anni, è stato prosciolto da ogni accusa nel 2007. Scrive fra l’altro: “La Grande menzogna orwelliana è l’idea che tenere 166 prigionieri a Cuba serva a tenere l’America al sicuro dall’estremismo… Su 779 detenuti dal 2001, 613 sono stati rimandati a casa, e gli Stati Uniti hanno prosciolto 86 dei prigionieri che sono ancora buttati qui dentro. Complessivamente, più del 90 per cento del totale, che gli stessi americani ammettono di aver detenuto calunniosamente”.

Perché Obama si è rassegnato a una sconfitta come la mancata chiusura di Guantánamo? Ha forse temuto l’impopolarità, o ha ceduto alle pressioni degli specialisti dell’antiterrorismo – anche a un Presidente americano si può dire: Ragazzo, lasciaci lavorare. C’è una spiegazione più forte: la paura che qualcuno dei prigionieri, liberato, possa compiere attentati cruenti contro cittadini americani. (Una specifica moratoria alla riconsegna di detenuti yemeniti è stata decisa da Obama). Una simile eventualità gli costerebbe carissima. Si può anche considerare un versante umano, non strumentale, della decisione. Se per suo ordine venissero liberati prigionieri, e divenissero autori di attentati contro cittadini americani (o del mondo), gliene cadrebbe addosso una responsabilità grave da portare. Suggerisco di confrontare questo dilemma con la routine dei nostri magistrati di sorveglianza, che (con eccezioni anche rilevanti) sono spaventosamente restii ad applicare le leggi che li autorizzano, e le circolari ministeriali che li sollecitano, a concedere ai detenuti misure come i permessi, il lavoro esterno, la detenzione a domicilio. Le statistiche mostrano inequivocabilmente come queste misure riducano in proporzione assai maggiore le recidive. Ma la burocrazia dei magistrati di sorveglianza, adoratrice della pigrizia e però vanitosa, è soprattutto attenta a sventare la cattiva stampa. Un detenuto in semilibertà che commetta un delitto capace di suscitare indignazione e raccapriccio costa caro. Anche nel nostro caso, il giudice, o la giudice, dai quali dipende la libertà piena o relativa dei detenuti, possono essere frenati dalla preoccupazione sincera per il rischio di azioni gravi di cui porterebbero la responsabilità e il rimorso, anche se le statistiche dichiarino irrilevanti gli episodi di trasgressione. Non c’è paragone fra il potere, e la responsabilità, del presidente degli Stati Uniti e dei nostri magistrati di sorveglianza: tuttavia il meccanismo psicologico è simile. C’è un’altra, essenziale differenza. Che i nostri magistrati hanno a che fare, almeno formalmente, con detenuti di cui è stato accertato un reato. Obama decide di persone detenute senza imputazioni né processo regolare, e in alcuni casi di accertata non colpevolezza, benché se ne dichiari una pericolosità. Nel caso di Guantánamo, la durata e le condizioni di detenzione sono così brutali che basterebbero da sole a fare di chi le subisce, fosse anche la più innocente delle persone, un pericoloso vendicatore. Si può dire che questo è un caso esemplare di una violenza che si vuole legale ed eccita una violenza opposta, al punto di vietare a se stessa ogni ritirata. Un sequestro di persona che impedisce la liberazione del sequestrato, anche quando sia diventato un ingombro, perché la sua libertà è una minaccia.

E’ un circolo vizioso, dal quale si potrebbe uscire solo se le pressioni di opinione per la chiusura di Guantánamo diventassero più forti delle pressioni dei poteri per tenerla aperta. Ipotesi remota.

Ma ecco che la paradossale casistica antiterrorista offre un’altra spettacolare contraddizione. L’amministrazione di Guantánamo tiene forzatamente in vita persone che considera nemiche, impedisce violentemente loro di morire. Alla rovescia che nella pena di morte, li condanna alla pena di vita, per così dire. Morti, la danneggerebbero più che da vivi. All’origine di questa ondata di scioperi della fame – quasi cento – sta un ennesimo sequestro di Corani, e forse la morte di un altro detenuto digiunatore, yemenita anche lui, il 6 febbraio.

Io conosco una galera, è ripugnante, feroce, normale. Il mio solo vantaggio è che sono più di un altro spinto a immaginare come possa essere Guantánamo. “ Siamo in tanti a digiunare ora, che non ci sono abbastanza operatori dello staff medico qualificati per eseguire le nutrizioni forzate; niente avviene a intervalli regolari. Alimentano le persone in continuazione per tenergli dietro”. Poi leggiamo che a Guantánamo, essendo i digiunatori a oltranza arrivati al numero di 100 su 166 (secondo uno dei difensori, sono addirittura 136), sono stati fatti affluire 42 nuovi medici e infermieri per far fronte all’emergenza. Io chiudo gli occhi, e provo a vedere 92 celle con 92 corpi legati mani e piedi ai loro giacigli o alle loro sedie, e cinquanta medici e infermieri che corrono dall’uno all’altro a spingere a forza il sondino nei 92 nasi e a infilare l’ago nelle 92 mani, una catena di montaggio della sopravvivenza e di smontaggio della vita e dell’umanità. Non so se sia mai esistito qualcosa del genere. Di peggiore sì, di più brutale ancora, di più malvagio, di più. Ma una cosa così, no.

E adesso completiamo l’impressione sulla contraddizione dei carcerieri che tengono forzatamente in vita i loro nemici giurati, se non altro perché li hanno catturati quando non era ancora arrivato il tempo dei droni, della eliminazione anonima e da lontano, senza l’odore dei corpi. I combattenti “kamikaze” avevano inventato su larga scala, a leve ininterrotte, l’arma della propria morte. Come si può intimidire e reprimere chi non ha paura di morire, e anzi vi aspira? E’ intervenuto qui un contrappasso al dannato culto americano per la pena di morte. Li si fa vivere a forza. No, non vivere, sopravvivere. L’alternativa di quei prigionieri senza processo non è fra la vita e la morte: è fra la morte e la sopravvivenza non voluta. Il suicidio è vietato loro, anche quel più disperato e tenace suicidio che consiste nel lasciarsi morire. Chi ritenga di avere un’obiezione insuperabile al diritto delle persone a suicidarsi, il diritto riconosciuto nel cantone di Zurigo al detenuto morto di inedia, ha qui un caso concreto col quale misurare la propria intransigenza. A Guantánamo si tengono persone, a tempo illimitato, in una condizione tale da far loro preferire la morte, e proibendo loro di morire.

Postilla. 
Quello che succede nell’estremo infernale di Guantánamo, succede, più vicino e mortificato, anche in una comune galera nostra. Che si trattino i detenuti in modo tale da indurli a desiderare il suicidio – e infatti si suicidano. Dopo si protesta che bisognava impedirlo con una vigilanza più occhiuta. Una vigilanza occhiuta ed efficace, che impedisca a chi vuole suicidarsi di farlo, è impossibile: e se fosse possibile – cella nuda, detenuto nudo, pareti imbottite, occhio del sorvegliante o della telecamera sempre acceso – toglierebbe al sorvegliato qualunque desiderio che non fosse quello di ammazzarsi, o di essere ammazzato. Alla prima distrazione.

Non penso che i nemici non esistano. Il Vecchio Testamento è tutto una storia di nemici. Quanto al Nuovo, dice che bisogna amarli, non dice che non esistono. Ci si può arrovellare senza fine attorno a questa aporia. L’altra guancia è una meravigliosa metafora, ma non riesce ad avere ragione della realtà: non per me, almeno. Non per esempio quando la prima guancia e la seconda non sono le tue, ma quelle di un’altra o un altro, e quegli altri ti sono affidati, o finiscono feriti sulla tua strada. Mi dico che un criterio – uno dei tanti, uno particolare, non universale, non risolutivo – è che non dovrai mai essere così duro col tuo nemico che la vergogna e la compassione suscitate dal tuo modo di trattarlo eccedano e quasi cancellino le sue malefatte, per enormi che siano. (A volte, quel trattamento è inflitto a un nemico senza malefatte – ulteriore incidente). Questo succede con i prigionieri di Guantánamo. E non invocherò un calcolo economico: Guantánamo che costerà, è già costata, agli Stati Uniti – e non solo a loro, “a noi” – più di una battaglia perduta, eccetera. Piuttosto la condizione umana, che non è, a differenza dall’economia, relativa.

A Guantánamo sono detenuti all’infinito, senza il diritto a un processo giusto, 166 uomini. Stanno fuori dalla geografia degli Stati e del diritto, su un brandello di Cuba che è extraterritoriale e extralegale, un altro pianeta. Ma sono umani.

In quella condizione estrema, a mani nude e corpi esausti, quei prigionieri si sono ribellati lo scorso 14 aprile contro un nuovo trasferimento da un dormitorio comune a celle separate. La ribellione è stata sedata a colpi di “proiettili non letali”.

Mi sono arrovellato attorno alla tortura da quando ero ragazzo. Nella educazione dei ragazzi della mia generazione teneva una parte rilevante, difficile da immaginare oggi, l’aspettativa di una prova che misurasse il coraggio fisico, la lealtà, la fedeltà all’ideale e alla propria comunità. Almeno nel mio caso, prima che alla Resistenza e alla sinistra, quell’educazione era improntata al Risorgimento e all’irredentismo, e a modelli di abnegazione dal segno politico indeterminato: i ragazzi dei racconti mensili del libro “Cuore” (ancora) o i ragazzi della via Pal, per esempio. Si sarebbe stati coraggiosi di fronte al nemico? Si sarebbe stati dignitosi e fieri nelle mani del nemico? Si sarebbe avuta la forza di resistere, e di non tradire i propri compagni e la propria fede? Riassumo così il nocciolo di un’educazione maschile del Dopoguerra, che poteva diventare una tensione intima dell’autoformazione personale. Su quell’idealismo generico e però sentito come un destino si innestavano poi le conoscenze contemporanee e le prime esperienze civili. Io avevo 16 anni quando uscì per Einaudi “La tortura” di Alleg. In quell’educazione – nel mio caso, almeno, ma non credo che fosse raro – prevaleva una dimensione “militante”, che avrebbe assunto forme diverse e via via più definite, ma serbando quel fondo, frutto di una guerra calda appena conclusa, di una guerra fredda virulenta, e di molte guerre locali scandalose in corso, coloniali, civili, partigiane.

Era la premessa per un piccolo racconto personale: ho fatto un’esperienza, benché eccentrica, di tortura. Ho agonizzato a notte fonda in una cella di carcere, dopo che mi si era spezzato l’esofago. La mia cella era un cubicolo di due metri e mezzo per uno e mezzo, con un cesso alla turca separato dal cuscino della branda da un muricciolo di 30 centimetri. Su quel cesso sono restato a giacere, svenuto e poi incapace di muovermi, nel vomito, nel sangue, nelle feci e nell’urina. Assieme al dolore, mi batteva nella mente la frase: “Inter faeces et urinam nascimur”, e il suo complemento, inter faeces et urinam moriamo. Trovai la forza di battere alla parete, i miei vicini chiamarono al soccorso, fui trasportato all’ospedale. Ebbi pochi brevi momenti di lucidità prima d’essere operato d’urgenza e posto in coma indotto, e ci restai per molti giorni. Tre giorni dopo l’intervento, fui tracheostomizzato. Clinicamente, ero del tutto privo di conoscenza. Tuttavia, man mano che una specie di conoscenza distorta affiorava – non potetti parlare per un mese, e le mie mani avevano disimparato a scrivere – l’effetto degli anestetici possenti che avevo ricevuto, specialmente il curaro, credo, avevano indotto in me una spaventosa paranoia. Mi trovavo nel luogo di un sequestro, nelle mani di torturatori segreti. Essi non sapevano che mi accorgessi della loro presenza e delle loro manovre. Più tardi avrei scherzato con loro di quel terribile delirio. Il capo della mia rianimazione, una giovane persona meravigliosa con una gran barba nera, era per me Verchovenskij. Lo scopo di quella banda era di torturarmi, umiliarmi e costringermi a tradire me stesso. In un sotterraneo adiacente alla mia camera di tortura erano sepolti vivi i miei compagni di carcere, obbligati a stare ammassati nei loro escrementi. Per solidarietà con loro, io dovevo riuscire a rifiutarmi di defecare e urinare, come si pretendeva invece da me per umiliarmi. Sentivo che se avessi saputo resistere, sarebbero tornati a uccidermi. Arrivai a credere che i miei famigliari fossero, perché ingannati o perché corrotti, complici della persecuzione. Muto com’ero, ero certo di raccontare loro tutti i dettagli della congiura contro me e i miei compagni, e non potevo rassegnarmi alla loro inerzia. C’era un infermiere anziano che veniva regolarmente a malmenarmi, e chiedevo a mio figlio di comprare dei gamberoni per corromperlo e salvarmi dalle sue brutalità. (In carcere i gamberoni erano la posta prediletta delle partite di calcio o di carte: un giorno alla settimana si potevano ordinare alla spesa). Quel delirio era così vivido – mai nella vita, affatto alieno come sempre fui a ogni droga, ho sperimentato una simile lucidità – che ancora stasera mi pare che mio figlio mi abbia salvato in cambio dei gamberoni. Da allora (sono passati più di sette anni) ho un’idea precisa, terribile e affascinata della paranoia. Ma anche della tortura. In quei primi giorni doveva essere escluso che avessi qualunque percezione della realtà esterna, e tuttavia io fui aggredito da uomini bianchi che mi immobilizzarono e vollero sgozzarmi, e solo in extremis, con una sovrumana ribellione, riuscii a difendermi con un braccio (i miei arti e tutto il mio corpo erano immobili) e a deviare una pugnalata alla mia gola. Fu, credo, il mio modo di percepire la tracheostomia e di battermi contro di essa. La lunga vicenda clinica che attraversai (fui fuori pericolo di vita solo a mesi di distanza e altri interventi) fu per me, per tutto quel primo periodo, una orribile esperienza di tortura: ed era una cura mirabile per dedizione e per bravura di tante persone.

In questo mio modo, provo a stare nella pelle nuda di un torturato. Di uno che non delira, che ha ragione di aspettare in ogni istante del giorno e della notte un persecutore spietato e arbitrario. Di un corpo in totale balia d’altri, che giocano col suo dolore e la sua mortificazione, che lo spingono fino alla soglia della morte per negargliela e tornarne indietro, così da non rinunciare al proprio gioco. Il gioco degli aguzzini si addestra nel rapporto che gli umani, a volte anche i bambini, instaurano con gli animali catturati e tormentati. Non riesco a credere che la tortura sia un mezzo, magari penoso e angoscioso, per un fine superiore, per avere notizie, per salvare vite minacciate. Io credo che la tortura sia il compiacimento che prende la mano di chi ha in proprio potere pieno un corpo altrui, un altro ridotto a nudo corpo. E’ come quando si avverte a non lasciare che il proprio animale da preda prenda gusto al sangue, perché non si riuscirà più a farlo tornare indietro. Il torturatore che abbia infierito, da solo o più probabilmente in gruppo, sul proprio ostaggio, non potrà più accettare che esso torni alla vita. Non potrà sopportare che cammini nel mondo qualcuno che conosca un simile segreto di lui. E’ per questo che in certi stupri di banda le torture più efferate prendono il sopravvento sulla stessa bruta soddisfazione sessuale e si concludono con l’assassinio della vittima. D’altra parte nella tortura il fantasma della sessualità entra sempre violentemente.

E ora torniamo a Guantánamo.

Lo Human Rights Report 2012 del Dipartimento di Stato Usa sull’Italia –pubblicato lo scorso 19 aprile – è un documento molto interessante. E’ ampio e dettagliato. Limitiamoci qui all’iniziale indice ragionato.

“I problemi maggiori riguardo ai diritti umani comprendono la costante incarcerazione dei detenuti in attesa di giudizio con i criminali condannati, le condizioni di vita al di sotto della soglia accettabile in carceri sovraffollate e centri di detenzione per immigranti privi di documenti, e il pregiudizio generale che diventa in alcune situazioni locali maltrattamento dei Rom, esasperando la loro esclusione sociale e riducendo il loro accesso all’educazione, alle cure sanitarie, all’occupazione e ad altri servizi sociali.
Altri problemi per i diritti umani comprendono un impiego eccessivo e abusivo della forza da parte della polizia in alcuni episodi, un sistema giudiziario inefficiente che non offre sempre una giustizia rapida, la corruzione governativa, la violenza e le molestie contro le donne, lo sfruttamento sessuale dei minori, e il vandalismo antisemita. Ci sono casi di traffico per lo sfruttamento sessuale e del lavoro. Gli osservatori hanno riferito anche di casi di violenza contro persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender (Lgbt) e di discriminazione della forza lavoro fondati sull’orientamento sessuale. Il lavoro minorile e lo sfruttamento di lavoratori irregolari costituiscono anch’essi un problema, specialmente nel sud”.

Nel Rapporto si sottolinea altresì l’assenza nel codice italiano del reato di tortura “e di altri trattamenti o punizioni crudeli, inumane o degradanti”.

Si legge tutto ciò con attenzione e apprezzamento. Imputati in attesa di giudizio trattati come i condannati, condizioni carcerarie indegne, lentezza dei processi, assenza del reato di tortura… D’un tratto però la memoria di chi legge inciampa in quel nome: Guantánamo. Dal pulpito di Guantánamo. Ecco un esempio dello scotto che gli Stati Uniti pagano alla supposta convenienza di quel carcere extraterritoriale ed extralegale. Dal punto di vista dell’Italia, è poco più di un paragone che toglie credibilità alla fonte americana, e reciprocamente offre un alibi alle malefatte della giustizia italiana. Ma proviamo a immaginare la portata del paragone in Yemen, o in Afghanistan, o in Pakistan (quanto alla Cina, pubblica da 15 anni per ritorsione un suo “Human Rights Record of the United States”, affare di propaganda ufficiale: il cui pezzo forte sono naturalmente Guantánamo Bay e le strutture di detenzione della Cia). Guardata dai luoghi del mondo in cui cova il terrorismo islamista, Guantánamo costa lo scandalo dei cuori, già più di una battaglia perduta.

Ferraresi Il fronte liberal intravede il bluff dietro l'infatuazione civile di Obama

di Adriano Sofri

 

Propatria di Ascanio Celestini

Nei ghetti d'Italia, se questo è un uomo di Adriano Sofri

Digiunare per le Carceri di Adriano Sofri

da “La Repubblica” – 14 Agosto 2011

 

OGGI migliaia di persone, migliaia forse, non mangiano e non bevono perché si vergognano delle nostre carceri; per essere vicine a chi ci vive e ci muore; per ridurre il debito pubblico della Giustizia, più schiacciante di quello del Tesoro. Lo so, i paragoni sono insidiosi. Eppure bisogna leggerli affiancati, il famoso menù del Parlamento e l’ignorato menù delle galere, l’unico che lo batte per la convenienza: 3,8 euro per detenuto, colazione, pranzo e cena.
Ferragosto, feriae Augusti, spiegano i dizionari. Poi c’è l’etimologia penitenziaria: l’agosto dei ferri battuti, di grate, cancelli, blindate, catenacci, dei ferri roventi. 67 mila persone, oggi, nello spazio che ne terrebbe, “ristretti”, 43 mila. Immaginate: gli urli, i silenzi attoniti, le agonie, l’astinenza, i cessi a vista, l’acqua che manca, il sangue che corre, quelli che sono pazzi e quelli che diventano pazzi, che aggrediscono e che si feriscono, quelli che sniffano la bomboletta per morire o muoiono per sniffare, e non lo sanno più, quelli che pregano rivolti alla Mecca e non gli basta lo spazio e quelli che pregano Cristo e quelli che non pregano, quelli che si masturbano a sangue e che tossiscono a morte e ingoiano lamette e batterie e gridano nel sonno. Si smette di cercare parole forti per la speranza di muovere qualcosa, nemmeno questo è più affare dei sommersi. Provvedono le autorità. “Tortura”, la chiamano così alti magistrati e illustri cattedratici. “Una realtà che ci umilia in Europa e ci allarma, per la sofferenza quotidiana – fino all’impulso a togliersi la vita – di migliaia di esseri umani chiusi in carceri che definire sovraffollate è quasi un eufemismo. Evidente è l’abisso che separa la realtà carceraria di oggi dal dettato costituzionale” – così ne parla il Presidente della nostra Repubblica, appena qualche giorno fa. «È una realtà non giustificabile in nome della sicurezza, che ne viene più insidiata che garantita, e dalla quale non si può distogliere lo sguardo». Non ne distogliete lo sguardo, almeno oggi, vigilia dei ferri di agosto. Nello stesso incontro solenne, al Senato, che ha radunato su impulso di Pannella e dei suoi le più alte autorità, si sono sentite voci unanimi e drastiche, dal Primo Presidente della Cassazione in giù, di quelle che tolgono il mestiere ai denunciatori cronici dello scandalo.
Come fa un detenuto a gridare all’orrore se perfino le circolari ministeriali gridano più forte di lui? Quel Primo Presidente protesta che si ricorra alla galera preventiva per essere sicuri di fargliela pagare, anche se saranno assolti. I reati diminuiscono e il numero dei detenuti sale alle stelle. Il Ministero della Giustizia, si fa a gara per non averlo, si fa carriera a lasciarlo. Più del 40 per cento dei detenuti ammucchiati in quella discarica non differenziata aspettano un processo. Un gran numero ci sconta pene irrisorie. “Nuove” leggi, una più assurda, pubblicitaria e feroce dell’altra, stivano migliaia di persone nelle celle, perché hanno a che fare con la droga, perché sono straniere e povere, per una norma sulla recidiva rinnegata dallo stesso Cirielli firmatario, sicché ora si chiama pazzescamente “ex-Cirielli”, e ha largamente abrogato la civile legge Gozzini.
Nel luglio 2006 ebbi qui una affettuosa e tesa discussione con Eugenio Scalfari a proposito dell’indulto. Auspicavo indulto e amnistia, e non mi capacitavo che la paventata (e nella pratica irrilevante) applicazione del beneficio a Previti bastasse a farlo negare alle migliaia di sventurati senza nome. Scalfari era a sua volta favorevole a indulto e amnistia, ma pensava che la loro estensione ai reati di corruzione e concussione offendesse troppo gravemente l’etica pubblica.
Non c’era un vero dissenso fra noi, se non per la misura di ciò che ci stava più a cuore, così da far pendere la bilancia di qua o di là. Il costo che Scalfari sentiva inaccettabile era del resto la condizione per la quale Forza Italia avrebbe votato l’indulto. Spero ancora che a distanza di tempo si tragga un bilancio di quell’episodio, che valga per il futuro. L’indulto senza l’amnistia non avrebbe alleggerito il carico milionario di processi accumulati senza speranza, e anzi l’avrebbe aggravato, costringendo a celebrarli a vanvera. La campagna furiosa sollevata contro l’indulto rese impronunciabile la parola amnistia, che ne era il necessario complemento. Le ragionevoli preoccupazioni che l’indulto mettesse fine ai processi per la Parmalat o per la corruzione calcistica non si sono avverate, mi pare.
Quanto al fosco e compiaciuto malaugurio di tanti sul fatto che i liberati in anticipo per l’indulto sarebbero presto tornati a riempire le galere, non è avvenuto affatto, né l’impennata di reati pronosticata: fra chi usufruì dell’indulto, come fra chi usufruisce di pene alternative, la percentuale di recidiva è molto più bassa. Infine – ma non è l’argomento minore – la virulenta campagna contro l’indulto unì forcaioli di destra e di “sinistra”, se quella è una sinistra!, facendone il primo e decisivo passo verso l’affossamento del governo Prodi.
Prodi stesso, e Napolitano, furono tra i pochi a difendere il provvedimento, che i più fecero a gara a ripudiare, come avevano fatto a gara ad applaudire Giovanni Paolo II che lo invocava. In questi giorni guardo ammirato dei forcaioli di allora (e di sempre, ma ora più attenti a mostrarsi sensibili ai “poveracci” sui quali sputavano) fare il tifo per i looters di Tottenham, poveracci.
Pannella, e con lui chiunque conosca il problema – sono tantissimi, grazie al cielo, ad adoperarsi per questo, associazioni, sindacati di agenti, operatori civili, direttori di carceri, studiosi, volontari – sa che l’amnistia non riguarda tanto il mucchio dei detenuti, ma la giustizia e i suoi amministratori, che non vogliano tenere in piedi il simulacro dell’obbligatorietà dell’azione penale in cambio delle migliaia di prescrizioni per chi ha soldi e avvocati.
Napolitano ha detto che per questa “questione di prepotente urgenza” la politica non può “escludere pregiudizialmente nessuna ipotesi che possa rivelarsi necessaria”. Il digiuno di oggi si propone anche una convocazione straordinaria del Parlamento. Se sembri una richiesta troppo lussuosa per qualche centinaio di migliaia di detenuti e affezionati, si faccia almeno una sessione ad hoc per il confronto dei menu: 3,8 euro per tre pasti giornalieri, è un programma appetitoso.

 

Adriano Sofri

I luoghi della povertà di Adriano Sofri

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