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Misure Alternative

Le misure alternative alla detenzione vengono introdotte della Legge n. 354 del 1975, che ha riformato l’ordinamento penitenziario. Prima di allora, la persona che veniva condannata dal giudice della cognizione ad una pena doveva scontarla necessariamente per intero in carcere. In altre parole, è dal 1975 che in Italia si infrange il concetto dell'immutabilità della condanna, che può essere rimodulata dal Tribunale di Sorveglianza in ragione dei progressi che il soggetto compie all’interno dell’istituto Penitenziario, nel percorso riabilitativo e di altri requisiti stabiliti dalle norme.

In generale, le misure alternative alla detenzione possono essere soggette a revoca qualora vengano in essere delle situazioni tali da non consentirne più la prosecuzione (ad es. nel caso in cui il soggetto non si attenga alle disposizioni). Esse, verificandosi i presupposti, sono finalizzate a cercare di avvicinare il soggetto al contesto sociale. Per questo motivo lo stesso legislatore, sempre nel 1975, accanto ad esse introdusse altre misure, i “permessi”; quest’ultimi, in un primo momento, pensati in collegamento a situazioni di necessità e successivamente ampliati come "permessi premio" (a partire dal 1986 con la Legge Gozzini). Con queste misure si dà la possibilità al soggetto di uscire per un breve periodo di tempo dall’Istituto Penitenziario, anche al fine di valutare la sua eventuale ammissione ad una misura alternativa alla detenzione.  

Attualmente le misure alternative, introdotte dalla Legge n. 354/75 e dai successivi interventi legislativi (soprattutto la Legge n. 663 del 1986, nota come "Legge Gozzini" e la Legge n. 165 del 1998, conosciuta come "Legge Simeone-Saraceni") sono:

- l’affidamento in prova al servizio sociale (art. 47 O.P.);

- l’affidamento in prova al servizio sociale per i soggetti alcol/tossicodipendenti (art. 47-bis O.P.; ora abrogato e in gran parte sostituito dall'art. 94 del DPR 309/90);

- la detenzione domiciliare (art. 47-ter O.P.);

- le misure alternative alla detenzione nei confronti dei soggetti affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria (art. 47-quater O.P.);

- il regime di semilibertà.

La liberazione anticipata non può essere considerata una misura alternativa alla detenzione, benché sia collocata sistematicamente nel Capo VI (intitolato "Misure alternative alla detenzione") della legge sull'ordinamento penitenziario (art. 54 O.P. e art. 103 R.E.). Essa, infatti, consiste in una riduzione della pena,  laddove tutte le misure alternative si limitano ad agire sulla modalità di esecuzione della stessa. Per l’esattezza, la riduzione è pari a 45 giorni, per ogni 6 mesi di pena espiata, compreso il periodo di custodia cautelare e di detenzione domiciliare, e riguarda il detenuto che ha tenuto una regolare condotta ed ha anche partecipato alla attività di osservazione e trattamento. Lo stesso dicasi per la liberazione condizionale - disciplinata dagli art. 176 e 177 del c.p., con le modifiche apportate dalle Leggi n. 1634 del 1962 e n. 663 del 1986, e sotto il profilo processuale, dalla Legge n. 6 del 1975 – la quale comporta la sospensione dell'esecuzione della pena per un certo tempo, trascorso il quale senza che il condannato liberato abbia commesso un altro reato, la pena si estingue.

Allo stato attuale della legislazione, dunque, la carcerazione non costituisce più il centro dell’esecuzione penale. La Legge n. 165/98, in particolare con la previsione dell’art. 656 c.p.p. e l’automatica sospensione di tutte le pene inferiori a tre anni, costituisce il punto di partenza verso una nuova concezione della fase dell’esecuzione, con l’obbligo di previa verifica della possibilità di applicare sanzioni non carcerarie al condannato. L’esecuzione penitenziaria si è pertanto avviata a costituire sanzione penale residuale. Essa viene applicata automaticamente alla presunzione di pericolosità sociale che il legislatore prevede per le pene superiori a tre anni, ovvero solo ove una misura alternativa non possa trovare applicazione.

 

L’affidamento in prova al servizio sociale

 

L’affidamento in prova al servizio sociale, di cui all’art. 47 O.P., consiste nell’affidare il condannato ad una pena detentiva non superiore a 3 anni al servizio sociale fuori dell’Istituto Penitenziario per un periodo uguale a quello della pena da scontare. La norma stabilisce che il provvedimento deve essere adottato sulla base dei risultati dell’osservazione della personalità, condotta collegialmente per almeno un mese in Istituto Penitenziario, nei casi in cui si può ritenere che il provvedimento stesso contribuisca alla rieducazione del reo ed assicuri la prevenzione del pericolo che egli commetta altri reati. La Legge n. 165/98 (Legge Simeone) ha introdotto la possibilità di concedere tale provvedimento anche senza procedere all’osservazione in Istituto Penitenziario a patto che il condannato, dopo la commissione del reato, abbia osservato un comportamento tale da far ritenere, di per sé, che l’affidamento in prova possa contribuire alla rieducazione del reo e alla prevenzione dei reati. Una volta affidato al servizio sociale sarà questo a controllare la condotta del soggetto, aiutandolo a superare le difficoltà di adattamento alla vita sociale, anche mettendosi in relazione con la sua famiglia e con gli altri suoi ambienti di vita, e riferendo periodicamente al magistrato di sorveglianza sul comportamento del soggetto. L’affidamento è revocato qualora il comportamento del soggetto, contrario alla legge o alle prescrizioni dettate, possa apparire incompatibile con la prosecuzione della prova.

 

L'affidamento in prova al servizio sociale per i soggetti alcol/tossicodipendenti


È una particolare forma di affidamento in prova rivolta ai soggetti alcol/tossicodipendenti che intendano intraprendere o proseguire un programma terapeutico.

La Legge n. 297/1985 ha introdotto l'art. 47-bis dell'O.P. per affidamento in prova in casi particolari, che poi è stato modificato dalla Legge n. 663/ 1986 (la cosiddetta legge Gozzini). Tale misura alternativa è stata poi recepita dal Testo Unico in materia di stupefacenti dall'art. 94 del D.P.R.  309/1990.

Il D.P.R.  309/1990 è stato successivamente modificato dalla Legge n. 49/2006, “Conversione in legge, con modificazioni del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, recante misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonché la funzionalità dell'Amministrazione dell'interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi" che, in particolare, ha introdotto i seguenti cambiamenti:

  • l’affidamento in prova terapeutico viene esteso alle pene fino a 6 anni, anche se tale periodo è residuo di maggior pena;
  • la certificazione dello stato di alcol/tossicodipendenza non è più di esclusiva competenza del servizio pubblico, ma anche delle strutture private.

 Per la concessione della misura alternativa sono richiesti i seguenti requisiti:

  • pena detentiva inflitta, o anche residuo pena, non superiore a sei anni;
  • il condannato deve essere persona tossicodipendente o alcool dipendente (con certificazione) che ha in corso o che intende sottoporsi ad un programma di recupero;
  • il programma terapeutico deve essere concordato dal condannato con una ASL o con altri enti, pubblici e privati, espressamente indicati dall'art.115 d.p.r. 309/1990;
  • una struttura sanitaria pubblica o privata deve attestare lo stato di tossicodipendenza o alcooldipendenza e l'idoneità, ai fini del recupero, del programma terapeutico concordato.

Il beneficio dell'affidamento in prova in casi particolari non può essere concesso più di due volte.

 

La detenzione domiciliare

 

La detenzione domiciliare, di cui all’art. 47-ter O.P., è stata introdotta dalla Legge n. 663 del 1986 (Legge Gozzini) e stabilisce che sulla base di certi presupposti - inerenti o lo stato del reo, o la sua condizione psico-fisica o la sua età -  la pena della detenzione non superiore a quattro anni, anche se costituente parte residua di maggior pena, nonché la pena dell’arresto, possono essere espiate nella propria abitazione o in un altro luogo di privata dimora, ovvero in un luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza. I più importanti casi di applicazione sono quelli che si riferiscono alle seguenti categorie di soggetti:

- donna incinta o madre di prole di età inferiore ad anni dieci con lei convivente;

- padre, esercente la podestà, di prole inferiore ad anni dieci con lui convivente, quando la madre sia deceduta o altrimenti impossibilitata a dare assistenza alla prole;

- persona in condizioni di salute particolarmente gravi;

- persona di età superiore a sessanta anni, se inabile anche parzialmente;

- persona minore di anni ventuno per comprovate esigenze di salute, di studio, di lavoro e di famiglia.

La detenzione domiciliare non va confusa con gli arresti domiciliari, quest’ultima essendo una misura cautelare alternativa alla detenzione applicata al “giudicabile”, cioè a colui  che è  sottoposto a regime di custodia cautelare, che può essere un soggetto in attesa del giudizio di primo grado, un appellante oppure un ricorrente.

La detenzione domiciliare si propone di ampliare l'opportunità delle misure alternative, consentendo la prosecuzione, per quanto possibile, delle attività di cura, di assistenza familiare, di istruzione professionale, già in corso nella fase della custodia cautelare nella propria abitazione (arresti domiciliari) anche successivamente al passaggio in giudicato della sentenza, evitando così la carcerazione e le relative conseguenze negative.

La legge Simeone ha introdotto un ulteriore criterio applicativo della detenzione domiciliare con riferimento ad una pena detentiva non superiore a due anni, anche se costituente parte residua di maggior pena, indipendentemente dalle predette condizioni, allorché, non ricorrendo i presupposti per l’affidamento in prova al servizio sociale, tale misura sia idonea ad evitare il pericolo che il condannato commetta altri reati .        

 

Le misure alternative alla detenzione nei confronti di detenuti o internati affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria

 

Le misure alternative alla detenzione nei confronti dei soggetti (detenuti o anche internati) affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria, di cui all’art. 47-quater O.P., sono state introdotte con la Legge n. 231/99, in quanto la precedente legge del 1993 le applicava esclusivamente ai soggetti affetti da AIDS conclamata. L’art. 47-quater prevede che l’affidamento in prova e la detenzione domiciliare possono essere applicate, anche oltre i limiti di pena predeterminati, su istanza dell’interessato o del suo difensore, nei confronti di coloro che sono affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria accertate ai sensi dell’articolo 286/bis, comma 2, del c.p.p. e che hanno in corso o che intendono intraprendere un programma di cura e assistenza presso le unità operative di malattie infettive ospedaliere ed universitarie o altre unità operative prevalentemente impegnate, secondo i piani regionali, nell’assistenza ai casi di AIDS. Le prescrizioni da impartire per l’esecuzione della misura alternativa devono contenere anche quelle relative alle modalità di esecuzione del programma. In caso di applicazione della misura della detenzione domiciliare, i centri di servizio sociale per adulti svolgono l’attività di sostegno e controllo circa l’attuazione del programma.

 

Il regime di semilibertà

 

Il regime di semilibertà, di cui all’art. 48 O.P., consiste nella concessione al condannato e all’internato - a tal fine assegnati in appositi istituti o apposite sezioni autonome di istituti ordinari - di trascorrere parte del giorno fuori dell’istituto per partecipare ad attività lavorative (anche autonome), istruttive o comunque utili al reinserimento sociale (come ad es. un’attività di volontariato). L’ammissione alla semilibertà, di cui all’art. 50 O.P. prescrive che possono essere espiate in regime di semilibertà la pena dell’arresto e la pena della reclusione non superiore a sei mesi, se il condannato non è affidato in prova al servizio sociale. Il condannato può essere ammesso al regime di semilibertà soltanto dopo l’espiazione di almeno metà della pena ovvero, se si tratta di condannato per taluno dei delitti indicati dal comma 1 dell’art. 4-bis, di almeno due terzi di essa. L’internato può esservi ammesso in ogni tempo. Tuttavia nei casi previsti dall’art 47, se mancano i presupposti per l’affidamento in prova al servizio sociale (che è una misura più vantaggiosa rispetto alla semilibertà), il condannato per un reato diverso da quelli indicati nel comma 1 dell’art. 4-bis può essere ammesso al regime di semilibertà anche prima dell’espiazione di metà della pena. Il condannato all’ergastolo può essere ammesso al regime di semilibertà dopo aver espiato almeno venti anni di pena. La legge Simeone ha, altresì, introdotto la possibilità che tale misura venga disposta successivamente all’inizio dell’esecuzione della pena, qualora il condannato abbia dimostrato la propria volontà di reinserimento nella vita sociale.  

 

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