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Incompatibilità alla Detenzione

La legge prevede che, nel caso sussistano condizioni cliniche tali da non rendere compatibile il diritto della persona alla salute con il regime detentivo, questa possa avere, previo esame medico, la possibilità di usufruire di misure alternative alla detenzione, di carattere transitorio (ricovero ospedaliero) o più protratto (detenzione domiciliare o altro).

Il problema valutativo della compatibilità alla detenzione interessa i detenuti, cosiddetti "definitivi" e quelli "in attesa di giudizio".  

 

La compatibilità alla carcerazione nei detenuti definitivi

 

Gli articoli 146 e 147 del c.p. disciplinano la previsione del rinvio, rispettivamente obbligatorio e facoltativo, della esecuzione della pena per determinate situazioni, anche di carattere sanitario.

 

I detenuti in esecuzione della pena per condanna definitiva possono avere la pena sospesa obbligatoriamente in base all'art. 146 c.p. quando sia presente AIDS conclamato, ovvero altra malattia particolarmente grave per effetto della quale le [...] condizioni di salute risultano incompatibili con uno stato di detenzione, quando la persona di trova in una fase di malattia così avanzata da non rispondere più, secondo le certificazioni del Servizio Sanitario Penitenziario o esterno ai tratamenti disponibili e alle terapie curative". Secondo alcuni autori, la ratio del provvedimento "va riferita non solo alle condizioni del singolo, ma soprattutto alla necessità di impedire la diffusione del contagio all'interno degli Istituiti".

Nel tempo varie norme hanno regolato le misure di sicurezza, la custodia cautelare e l'esecuzione della pena nei confronti di "soggetti affetti da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria o da altra malattia particolarmente grave". In particolare, il D.M. del 7 maggio 2011 ("Definizione dei casi di AIDS conclamata o di grave deficienza immunitaria per i fini di cui alla legge 12 luglio 1999, n. 231. Modifica dell'art. 2 del Decreto Interministeriale 21 ottobre 1999) definisce che la "grave deficienza immunitaria" possa decorrere anche se sono presenti uno solo dei seguenti parametri:

- numero di linfociti TCD4+ pari o inferiore a 200/mmc, come valore ottenuto in almeno due esami consecutivi effettuati a distanza i 15 giorni uno dall'altro;

- indice di Karnofsky pari o inferiore al valore di 50.

Passando a considerare il concetto di "condizioni di salute particolarmente gravi" è evidente dalla giurispudenza che il detenuto, per avere il diritto al rinvio obbligatorio della pena, debba necessariamente trovarsi in una fase così avanzata dalla malattia "da non rispondere più, secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o esterno, ai trattamenti disponibili e alle terapie curative".

 

I detenuti con condanna definitiva possono avere sospesa la pena falcoltativamente "quando sussista una condizione di grave infermità fisica" in base all'art. 147 del c.p.

La ratio ispiratrice della norma risiede nell'art. 27  ("divieto di trattamento disumano del condannato) e 32 della Costituzione (diritto della tutela della salute).

La letteratura medico-legale è tutt'ora imprecisa nel definire la "grave infermità fisica". In generale, per "grave infermità fisica" si intendono due condizioni:

- l'esistenza di condizioni di salute tali da richiedere interventi terapeutici non attuabili in ambito carcerario e non rinviabili senza grave pregiudizio per la salute del detenuto;

- la presenza di patologie a prognosi infausta quoad vitam.

In giurisprudenza si è affermato che "per legittiminare il rinvio all'esecuzione della pena per grave infermità fisica", devono ricorrere due autonomi requisiti:

- l'oggettiva gravità della malattia che implica un serio pericolo per la vita del condannato o la probabilità di altre rilevanti conseguenze dannose, oppure la prognosi infausta quoad vitam;

- la possibilità di fruire, in stato di libertà, di cure e trattamenti sostanzialmente diversi e più efficaci rispetto a quelli che possono essere prestati in regime di detenzione.

Ad ogni modo, in tale ambito, il concetto di "gravità" dell'infermità fisica appare relativo giacchè si fonderebbe sul rapporto tra condizione individuale del soggetto e l'ambiente carcerario. Pertanto, l'accertata infermità costituirà causa possibile di differimento non solo perchè "grave", ma soprattutto in quanto potenzialmente aggravata dalla condizione carceraria. Anche in questo caso il concetto di limite di cura in ambiente carcerario appare spesso sfumato. In alcuni casi, infatti, il differimento facoltativo si è ritenuto sufficiente quando le cure non fossero "agevolmente attuabili" in ambiente carcerario, ovvero che lo stato patologico (indipendentemente dal tipo di malattia) non fosse "suscettibile di adeguate cure in ambito carcerario", in altri casi quando le cure fossero "impossibili in carcere" ovvero "eccessivamente difficoltose". In tutti i casi il differimento della pena non trova piena applicazione nei casi in cui la malattia potrebbe avere anche una probabilità di regressione fuori dal carcere (nel senso di recupero, totale o parziale dello stato di salute). A tale riguardo, in successive pronunce è stato precisato: "Non è sufficiene, al fine di consentire il differimento dell'esecuzione di pena detentiva per grave infermità fisica, a norma dell'art. 147, 1 comma, n. 2 del c.p., la mera sussistenza di eventuali stati patologici suscettibili di un generico miglioramento a seguito del ritorno in libertà, essendo del tutto insufficiente far leva sulla mera negativa incidenza, ad esempio, a carico di soggetto gravemente cardiopatico, di generici fattori di stress legati allo status detentionis ed a nulla rilevando che la condizione patologica possa essere meglio trattata in ambiente extracarcerario". Così come non si rileva, secondo la giurisprudenza, la possibilità che si ripresentino patologie pregresse di natura reattiva dovute al ritorno in ambiente carcerario. Infatti secondo le sentenze: "una certa sofferenza aggiuntiva è comunque inevitabile ogni qualvolta la pena debba essere eseguita nei confronti di un soggetto in non perfette condizioni di salute, per modo che essa possa assumere rilievo solo quando appaia di entità tale da superare i limiti dell'umana tollerabilità".

Da quanto detto e dall'esame della giurisprudenza emerge che i requisiti fondamentali ai fini del rinvio facoltativo della pena sono:

- la prognosi quoad vitam:

- l'impossibilità (o la difficoltà) di curare la grave infermità in ambito carcerario;

- l'evidenza che il regime penitenziario possa verosilmente peggiorare il decorso e la prognosi della patologia.

In base a quanto detto il medico penitenziario di fronte ai seguenti quadri clinici, quando particolarmente gravi, dovrebbe effettuare una valutazione di possibile incompatibilità:

- neoplasie maligne;

- gravi cardiopatie scompensate;

- diabete mellito scompensato;

- gravi broncopneumopatie scompensate;

- infezione da HIV con CD4 inferiori a 200 mmc;

- morbo di Alzheimer o altre gravi forme di demenze;

- morbo di Parkinson ingravescente;

- malattie demielizzanti (es. sclerosi a placche, sclerosi laterale amiotrofica);

- cirrosi epatica scompensata;

- soggetti in attesa di trapianti d'organo;

- depressione maggiore resistente ai trattamenti farmacologici;

- psicosi acute;

- tubercolosi attiva.

 

Il medico penitenziario nella formulazione del giudizio di compatibilità/imcompatibilità (ai sensi gegli artt. 146 e 147 del c.p.)  dovrà, perciò, procedere secondo i seguenti step:

1. diagnosticare attentamente le patologie presenti attraverso il riscontro degli elementi diagnostico-clinici contenuti nel diario clinico (citando i risultati di eventuali visite specialistiche, ricoveri, esami di laboratorio, esami diagnostici-strumentali);

2. stabilire la gravità dello stato patologico diagnosticato in riferimento all'esperienza clinica e alla letteratura scientifica;

3. valutare se eventuali accertamenti diagnostici e/o le cure necessarie possono essere effettuate in carcere, ovvero in centri clinici penitenziari, in ospedali civili o altre strutture cliniche esterne (cioè analizzare la compatibilità fra stato di carcerazione e trattamento);

4. ipotizzare se la permanenza in carcere del detenuto possa influenzare neegativamente o meno l'efficacia del trattamento;

5. esprimere motivandolo il giudizio di incompatibilità/compatibilità alla carcerazione. Nel caso di espressione di giudizio di compatibilità, sarà sempre utile esprimere se il detenuto avrà la necessità o meno di mantenere dei costanti contatti con le strutture sanitarie esterne.

 

Le infermità mentali, sono regolate, invece, dall'art.148 c.p. "infermità psichica sopravvenuta al condannato". La norma di cui all'art. 148 del c.p., modificata nella parte che comportava la sospensione della pena durante l'internamento in Ospedale Psichiatrico Giudiziario (OPG), si applica ai detenuti nei quali si sviluppi una grave malattia psichiatrica dopo una condanna definitiva. Se la pena è inferiore ai tre anni il magistrato può disporre che il differimento sia effettuato in un - ormai inesistente - ospedale psichiatrico, ovvero, a oggi, in una struttura del Dipartimento di Salute Mentale; se la pena è superiore, è previsto l'internamento in OPG. 

  

La compatibilità alla carcerazione nei detenuti in misura cautelare

 

Le misure cautelari sono caratterizzate dalla strumentalità e dalla provvisorietà, in quanto destinate ad estinguersi nel momento in cui si perviene alla decisione definitiva.

Il nostro codice prevede misure cautelari personali coercitive come gli arresti domiciliari (art. 284 del c.p.p.), la cutodia in carcere (art. 285 del c.p.p.) ed in idoneo luogo di cura.

 

In base all'art. 274 e 275  del c.p.p., si prevede che: "[...] non può essere disposta o mantenuta la custodia cautelare quando l'imputato è persona affetta da AIDS conclamato [...] ovvero da altra malattia particolarmente grave, per effetto della quale le sue condizioni di salute risultino incompatibili con lo stato di detenzione e comuque tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere e che la custodia cautelare in carcere non può, comunque, essere disposta o mantenuta quando la malattia si trova in una fase così avanzata da non rispondere più, secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o esterno, ai trattamenti disponibili e alle terapie curative".

 

Ancora più complessa è la questione che riguarda le situazioni di compatibilità che interessano le malattie psichiatriche. Per la fattispecie dell'art. 73 del c.p.p. quando: "[...] lo stato di mente dell'imputato appare tale da rendere necessaria la cura nell'ambito del servizio psichiatrico", il Giudice può disporre d'ufficio il ricovero presso idonea struttura del SSN. Il suddetto provvedimento può essere adottato anche nei confronti della persona libera - anocorchè sottoposta a procedimento penale - e ha come finalità la tutela della salute dell'indagato o dell'imputato. Ad ogni modo questa soluzione è solo di rado utilizzata, in situazioni estreme, come quando l'imputato accusa un franco scompenso psicotico. Se la persona è, invece, in una situazione di custodia cautelare, la misura è eseguita nelle forme dell'art. 286 del c.p.p. "[...] Custodia cautelare in luogo di cura. Se la persona da sottoporre a custodia cautelare si trova in uno stato di infermità di mente che ne esclude o ne diminuisce grandemente la capacità di intendere o di volre, il Giudice, in luogo della custodia cautelare in carcere, può disporre il ricovero in idonea struttura del servizio psichiatrico ospedaliero, adottando i provvedimenti necessari per prevenire il pericolo di fuga. Il ricovero non può essere mantenuto quando risulta che l'imputato non è più infermo di mente".

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