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Diritto alla Salute in Carcere

Il diritto alla salute in carcere è un diritto solo in parte compiuto. Esso è fondato sugli articoli 27 e 32 della Costituzione. Il primo articolo sancisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieduczione del condannato, mentre il secondo indica che la salute è un diritto fondamentale dell'individuo ed interesse della collettività e stabilisce la gratuità delle cure per gli indigenti. Ne deriva che la salute in carcere è un interesse primario della collettività.

E' soltanto negli anni '70 che la Sanità Penitenziaria viene organicamente strutturata (sulla base della legge 740/70 e della legge 354/75). In Italia, in quegli anni, l’assistenza sanitaria non era uguale per tutti i cittadini, anche in libertà. E' soltanto con la legge 833/78 che l'assistenza sanitaria diventa un diritto per tutti i cittadini. La legge 833/78 introduce,in Italia, per la prima volta i concetti fondanti del Sistema Sanitario Nazionale (SSN) che sono:

- la responsabilità pubblica della tutela della salute;

- l'universalità ed equità di accesso di tutti i cittadini ai servizi sanitari;

- la garanzia a tutti i cittadini dei livelli essenziali di assitenza.

I detenuti italiani hanno, quindi, dovuto aspettare 30 anni per giungere ad avere  assicurati, almeno sulla carta, gli stessi diritti enunciati dalla legge 833/78. A rallentare il processo vi sono stati forti interessi di parte che per anni hanno duramente contrastato il passaggio della Sanità Penitenziaria al Sistema Sanitario Nazionale. Lo testimonia il fatto che due leggi che hanno fondato la nuova Sanità Penitenziaria, cioè la legge 230/99 ed il DPCM 1 aprile 2008, distano l'una dall'altra circa 9 anni e che ancora oggi, in molte Regioni, la Sanità Penitenziaria non è ancora a regime.  

Anche nella dimensione internazionale la salute in carcere viene considerata un "diritto soggettivo" irrinunciabile. Dal 30/08/55 il servizio sanitario in carcere è previsto nelle regole minime dell'organizzazione delle Nazioni Unite per il trattamento dei detenuti (artt. 22-26), concetto ripreso il 19/01/73 dal Consiglio d'Europa e il 12/02/87 dalla raccomandazione della Comunità Europea che ribadisce che, al detenuto, devono essere fornite tutte le cure mediche necessarie, ivi comprese quelle che sono fornite all'esterno.

In Italia dal 2008 il diritto alla salute in carcere rimane, però, un enunciato solo parzialmente applicato nella pratica, per ragioni che risiedono nelle ridotte risorse investite per l'integrazione della Sanità Penitenziaria nel SSN e nella resistenza al cambiamento, da parte di alcuni operatori nel modo di intendere e pensare i diritti alla salute del detenuto.

In molti casi la Sanità Penitenziaria per decenni è stata la clinica "del sintomo" e della difficile integrazione multidisciplinare degli operatori sia a livello intramurario che sul territorio. Negli ultimi trenta anni il gap fra la Sanità Penitenziria ed il SSN è divenuto sempre più ampio, mancando alla prima l'evoluzione del concetto di "presa in carico" (attraverso la relazione) e della cultura del lavoro multidiscipliare e di equipe. In un sistema moderno, il carcere deve, perciò, diventare anche dal punto di vista sanitario, un luogo come un altro del territorio da integrare nella rete assistenziale dell'Azienda Sanitaria Locale.

Il diritto alla salute in carcere deve, perciò, inevitabilmente passare attraverso una compiuta integrazione della Sanità Penitenziaria con il SSN; integrazione che non si potrà dire compiuta se i su menzionati concetti fondandanti del SSN non saranno pienamente trasferiti nella Sanità Penitenziaria. Fino allora i diritti alla salute dei detenuti rischiano di rimanere incompiuti e la riforma della Sanità Penitenziaria, una riforma "di carta".

 

 

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