BENVENUTI NELLA HOME PAGE DI FELICE NAVA SU DIPENDENZE PATOLOGICHE E DIRITTI ALLA SALUTE
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Consumatori di Sostanze in Carcere

Nel nostro sistema giudiziario circa il 30% dei detenuti presenta un uso problematico di sostanze, e di questi molti sono alcol/tossicodipendenti. Nelle case circondariali i detenuti consumatori di sostanze rappresentano anche più del 50% del totale della popolazione detenuta presente. La maggior parte di essi è in carcere per un reato connesso con la droga.

I detenuti alcol/tossicodipendenti sono, prima di tutto, vittime dello stigma legato all'uso e poi della negazione di cure appropriate e dell'accesso alle misure alternative alla detenzione.

Il carcere è un luogo che spesso aggrava le condizioni di vita degli alcol/tossicodipendenti. Oggi il numero di persone tossicodipendenti che transita annualmente per le carceri italiane è notevolmente maggiore di quello di coloro che passano dalle comunità terapeutiche: circa 26.000 contro 16.000.

Il carcere non può essere un luogo di cura per i soggetti alcol/tossicodipendente. I motivi sono:

1) il carcere aumenta esponenzialmente le innumerevoli problematiche delle persone, fratturando ancora di più un'interiorità e un'esistenza già duramente messe alla prova (come dimostra l'alto numero di soggetti che tentano il suicidio in carcere o compiono atti di autolesionismo);

2) i tassi di recidiva per chi sconta la pena in carcere sono estremamente elevati, al contrario di coloro che usufruiscono delle misure alternative (dato che smentisce l'ipotesi che il carcere possa avere effetto deterrente per chi è abitualmente dedito ad assumere sostanze stupefacenti).

E' importante che la persona alcol/tossicodipendente, specialmente se giovane ed al suo primo reato, non entri nel circuito penitenziario, ma possa accedere immediatamente a percorsi di cura. Bisogna, perciò, ove possibile, individuare per questi soggetti, già in Tribunale, dei percorsi di cura e di riabilitazione evitando l'entrata in carcere. In questo senso l’art. 89 del DPR 309/90 consente al soggetto alcol/tossicodipendente, laddove arrestato in flagranza di reato, e quindi sottoposto a processo per direttissima, di evitare, laddove non sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, la misura cautelare in carcere.


Chi sono i detenuti consumatori di sostanze?

 

Sono la parte socialmente più marginale dei consumatori di sostanze. Il carcere è l'Istituzione che più di ogni altra intercetta persone alcol/tossicodipendenti. 

La popolazione alcol/tossicodipendente in carcere comprende le fasce più marginali e problematiche della Società. Per gran parte si tratta di persone che vivono molti problemi: polidipendenza, patologie psichiatriche associate, famiglie disfunzionali, bassa scolarizzazione, situazioni di povertà. Gli alcol/tossicodipendenti sono persone che vivono uno stato di svantaggio, disagio o marginalità e per le quali, più che una risposta carceraria, sarebbe opportuna una applicazione di appropriate politiche di assistenza sociale. Molti consumatori di sostanze in carcere sono senza fissa dimora, ossia persone che, uscendo in qualunque momento dal carcere, non saprebbero dove andare. Agli invisibili si aggiungono i fantasmi: coloro che sono stati cancellati dalle liste anagrafiche del comune di residenza e che quindi sono sans papier. 

Tra i detenuti alcol/tossicodipendenti una quota significativa è costituita dagli stranieri senza permesso di soggiorno. Questi spesso risultano consumatori di sostanze come esito della deriva e del fallimento del loro progetto migratorio e per la loro condizione di “clandestinità” (su di essi i meccanismi che portano alla dipendenza si innestano con relativa velocità).

I detenuti alcol/tossicodipendenti stranieri, come tutti i detenuti migranti, godono di minori benefici. E’ grazie ad essi che possiamo dire che, nelle carceri italiane, esiste un doppio ordinamento giuridico e penitenziario a sfavore degli stranieri. Questi, nella stragrande maggioranza, non possono beneficiare dei permessi premio, e ancor meno, delle misure alternative, anche quando ne hanno diritto, per il semplice fatto che, all’esterno, non trovano gli appoggi sufficienti per una residenzialità, in grado di fornire garanzie alla magistratura di sorveglianza. Di fatto i loro diritti, in quanto detenuti stranieri, vengono dimezzati. Anche la comunità terapeutica, rispetto alla quale il magistrato di sorveglianza non avrebbe riserve, è spesso preclusa, in quanto molte ASL non pagano le rette per detenuti senza regolari permessi di soggiorno.

 

Le carceri sono sovraffollate di consumatori di sostanze

 

Il quadro legislativo attuale porta a sovraffollare il carcere di persone appartenenti alle fasce più marginali della Società, molti dei quali sono in carcere per reati connessi con la droga. Ma se entrare in carcere per questa tipologia di soggetti è facile, difficile è uscirne. La legge attuale (ex Cirielli) non prevede l'ammissione ai percorsi alternativi alla detenzione per le persone recidive, (ovvero per la gran parte dei soggetti tossicodipendenti), che sono la maggior parte dei detenuti.
 

Gli obiettivi per i detenuti alcol/tossicodipendenti

 

Il primo obiettivo per il consumatore di sostanze che entra in carcere è assicuragli le cure necessarie e più appropriate (compresa la terapia antiastinenziale e sostitutiva), poi facilitarne l’inserimento in percorsi di reinserimento sociale e lavorativo (se i requisiti di legge lo consentono). Accompagnare un detenuto verso un percorso lavorativo e di reinserimento sociale non è solo un atto di Giustizia, ma un intelligente contributo alla sicurezza sociale.

 

Le misure per ridurre il numero di alcol/tossicodipendenti in carcere

 

Rivedere i criteri di diagnosi di alcol/tossicodipendenza

 

Per avere accesso alle misure alternative, è necessaria la diagnosi di alcol/tossicodipendenza. Ma, a differenza di un tempo (quando il tossicodipendente era quasi esclusivamente l'assuntore di eroina per via endovenosa), oggi fare diagnosi di alcol/tossicodipendenza è più complesso. L’alcol/tossicodipendenza è una malattia cronica recidivante e la diagnosi non può basarsi esclusivamente sul dato biologico del riscontro tossicologico (su urine o capello), ma sulla valutazione di un insieme di parametri comportamentali e ambientali che hanno favorito, nella persona, lo sviluppo dell'alcol/tossicodipendenza. Per questo motivo appare opportuno rivedere i criteri di diagnosi di alcol/tossicodipendenza in carcere. Bisogna, peraltro, non dimenticare che è lo stesso ordinamento penitenziario a prevedere che il soggetto possa dichiarare il proprio stato di alcol/tossicodipendenza, in qualunque momento della sua carcerazione. 
 

Favorire il lavoro di prevenzione delle ricadute

 

Ribadita l'opportunità che il trattamento dei soggetti alcol/tossicodipendenti dovrebbe avvenire in contesti differenti dal carcere, resta il fatto che i tossicodipendenti in carcere ci finiscono. Per questa ragione,  sebbene l'obiettivo primario dell'equipe sanitaria dovrebbe essere quello di favorire l'accesso dei detenuti alcol/tossicodipendenti alle misure alternative, è importante prendersi cura dei detenuti attraverso la promozione di processi di valutazione e di prevenzione delle ricadute. In alcuni casi, gli interventi di presa in carico per i detenuti alcol/tossicodipendenti, possono, infatti, anche essere efficaci a patto che vengano assicurate: 

 - la continuità al trattamento: alcune persone tossicodipendenti che approdano in carcere sono già conosciute dai Ser.T., mentre altre sono ancora sconosciute. Per le prime il collegamento con il Ser.T. di provenienza consente di ridefinire la terapia, affiancando a un intervento farmacologico antiastinenziale e/o di mantenimento, la rielaborazione delle situazioni e delle “scelte” che hanno portato la persona alla detenzione. Per coloro che non sono conosciuti dai servizi, il carcere si conferma quale importante punto-rete per l’intercettazione dell’utenza sommersa e come opportunità per iniziare un percorso di valutazione e cura della dipendenza. In ogni caso, anche dal punto di vista farmacologico, il carcere deve essere il luogo dove la somministrazione delle terapia agonista (con metadone o buprenorfina) deve essere garantita, se già assunta all’esterno, ma anche un luogo, per chi non era in carico presso un Ser.T., per cominciare ad assumerla;

- le azioni di riduzione del danno: lo stato di detenzione può costituire l’occasione di accertare nei consumatori la eventuale presenza di "malattie droga-correlate" e di  avviare eventuali percorsi di prevenzione e di riduzione del danno;

- la realizzazione di centri di custodia attenuata: in molti Istituti Penitenziari i detenuti alcol/ tossicodipendenti stanno in cella 22 ore al giorno. In queste condizioni come si può pensare di curare?, come si può pensare di aprire degli spazi di riflessione sulla propria storia di consumo?, come può emergere un desiderio di cambiamento? Per questa categoria di soggetti solo opportuni spazi e strutture organizzate come sono i reparti a custodia attenuata possono permettere ai detenuti di fare esperienza di una vita comunitaria, di condivire le proprie esperienze, e favorire il processo di cura e riabilitazione;

- la reintegrazione sociale: per il detenuto alcol/tossicodipendenti non si può pensare ad un progetto terapeutico senza un “dopo”, un “fuori”, in modo da sperare in un cambiamento nel proprio stile di vita. Per un consumatore di sostanze, possedere una dimora e poter esercitare un lavoro in grado di fornire il reddito sufficiente per la propria autonomia personale sono le condizioni che più di ogni altre rappresentano una base solida per ridurre le ricadute sia nell’uso che nel crimine. Per questa ragione i Comuni devono sviluppare una politica di accoglienza, allorché il detenuto torna alla libertà. Sta di fatto che sono ancora pochi i Comuni che concedono la residenza ad un detenuto, nel momento in cui esce dal carcere, specie se straniero; 

- la prevenzione  delle ricadute ed i rischi connessi alla scarcerazione: le prime otto settimane dall’uscita dal carcere rappresentano il più alto rischio di overdose. La continuità della cura “dentro-fuori”, soprattutto intesa come continuità della terapia sostitutiva, e il presupposto per una prevenzione efficace, per ridurre le ricadute e le morti di overdose subito dopo la scarcerazione.

 

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