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Neurobiologia delle Dipendenze

 

La neurobiologia  ha permesso di capire come le cause della dipendenza siano da ricercare in una alterazione dei meccanismi cerebrali che controllano la gratificazione e gli stati motivazionali. Le aree cerebrali che controllano la gratificazione e la motivazione si trovano nel sistema limbico e vengono principalmente controllati da due vie neurotrasmettitoriali: il sistema dopaminergico ed oppioide. Il primo sembrerebbe controllare la spinta motivazionale per la ricerca dello stimolo gratificante, mentre il secondo medierebbe i processi di gratificazione conseguenti al consumo della sostanza.

In natura esistono una serie di stimoli che, per le loro caratteristiche di essenzialità e per l’importanza della sopravvivenza della specie e dell’individuo, vengono definiti stimoli primari. Essi sono la ricerca del cibo, dell’acqua, del sesso e la cura della prole. Tutti gli stimoli primari sono gratificanti ed in grado di attivare la trasmissione dopaminergica nel sistema limbico ed in particolare nel nucleo accumbens. Gli stimoli primari hanno anche la capacità di indurre delle proprietà "cognitivo-incentive", attivando alcune regioni del sistema limbico come l’amigdala e la corteccia prefrontale. In tutti i casi le proprietà gratificanti e "cognitivo-incentive" degli stimoli primari sono mediate dall’integrazione centrale degli stimoli sensoriali periferici. La capacità degli stimoli primari di esercitare effetti gratificanti e "cognitivi-incentivi" è sempre dipendente dalla condizione del soggetto e dalla sua passata esperienza. La stimolazione della trasmissione dopaminergica nel nucleo accumbens a seguito della vista di uno stimolo come, ad esempio, il cibo è in relazione a vari fattori come la sua appetibilità e novità. La proprietà degli stimoli primari di attivare la trasmissione dopaminergica nel sistema limbico è, infatti, suscettibile di rapida abitudine e viene ripristinata solo dopo un sufficiente periodo di non esposizione allo stimolo o da una condizione di deprivazione dello stesso. Questo spiega perchè tutti i nuovi stimoli sono percepiti dall’uomo e dall’animale come maggiormente appetibili.

Le sostanze d’abuso sono dei potentissimi surrogati degli stimoli primari. Queste sostanze sono in grado di indurre, alla stregua degli stimoli primari, spiccate proprietà gratificanti e "cognitivo-incentive". In altre parole, l’esperienza dei loro effetti può rappresentare per l’uomo un fine primario dell’esistenza al pari, se non superiore, a quello indotto da stimoli naturali come il cibo, l’acqua ed il sesso.

Le proprietà motivazionali e gratificanti delle sostanze d’abuso fanno sì, come avviene per gli stimoli primari, che stimoli neutri o secondari di varia natura, come un volto, un luogo, una situazione, associati ripetutamente agli effetti gratificanti delle sostanze d’abuso possano diventare con il tempo capaci, di per sé, di scatenare un intenso desiderio della sostanza che viene più comunemente definito craving.

Il craving rappresenta per l’individuo un forte ed inevitabile desiderio di assumere una sostanza o più in generale di soddisfare un bisogno. Esso può essere scatenato dalla droga o più frequentemente dalla presenza di uno stimolo neutro o secondario che è stato ripetutamente associato agli effetti gratificanti indotti dalla sostanza d’abuso. In altri termini, l’uso ripetuto delle droghe è in grado di permettere che stimoli neutri o secondari associati ad esse diventino forti stimoli motivazionali in grado, di per sé, di condurre l’uomo o l’animale a comportamenti finalizzati all’ottenimento della sostanza d’abuso. In un tossicodipendente un volto, un luogo, una situazione, un pensiero strettamente associati all’uso o agli effetti della droga sono sempre capaci di scatenare un forte desiderio della sostanza. Numerose ricerche hanno recentemente dimostrato che la neurobiologia del craving è complessa e misteriosa e che probabilmente i meccanismi di controllo di tale fenomeno risiedono in alcune aree cerebrali come la corteccia prefrontale, il nucleo accumbens, l’ippocampo e l’amigdala.

Numerose e differenti sono le teorie che tentano di spiegare il fenomeno della dipendenza. Sebbene alcune siano diverse fra loro tutte sono concordi nell’attribuire un ruolo di primaria importanza, per lo sviluppo e per il mantenimento della tossicodipendenza, ad aree cerebrali come la corteccia prefrontale, l’amigdala, l’ippocampo ed il nucleo accumbens. Interessanti studi condotti sull’uomo con la tomografia ad emissione di positroni hanno mostrato un ruolo cruciale della corteccia orbitofrontale nei processi compulsivi che sottendono la tossicodipendenza. In particolare, gli studi di neuroimagining hanno dimostrato come durante l’astinenza le aree orbitofrontali sono ipoattive, viceversa sotto gli effetti delle sostanze.  Recenti studi hanno dimostrato come, nei tossicodipendenti, diversi stimoli di per sé neutri (ad esempio una siringa, un mucchio di polvere bianca su di un tavolo, ecc.), associabili dal soggetto ad uno stimolo come la droga, siano sempre capaci di aumentare l’attività neuronale metabolica dell’amigdala e di alcune regioni della corteccia prefrontale. Altri recenti studi propongono che la base neurbiologica del craving possa risiedere in una alterazione funzionale del sistema fronto-striatale. Più specificamente i più recenti studi suggeriscono come l’uso cronico di sostanze possa causare un’ipofunzionalità dopaminergica delle aree corticali che presiedono le funzioni cognitive (fra le quali anche quelle che hanno lo scopo di controllare lo stato compulsivo di ricerca della sostanza). I tossicodipendenti avrebbero una ipofunzione delle zone corticali di controllo ed una iperattività delle aree diencefaliche come  l’amigdala ed il nucleo accumbens, aree che presiedono al controllo delle pulsioni e dello stress. Recenti studi hanno anche dimostrato che le diverse sostanze d’abuso possono determinare delle alterazioni molecolari a livello neuronale indotte dalla stimolazione dei recettori dopaminergici tali da determinare una nuova plasticità cerebrale sostenuta dalla nuova espressione di geni.

Da quanto detto emerge come i fenomeni che controllano la dipendenza siano complessi ed ancora in gran parte sconosciuti. La teoria al momento più convincente, che potrebbe spiegare il fenomeno della dipendenza, è senz’altro quella che postula come l’uso continuo delle sostanze possa essere in grado di determinare un consolidamento mnemonico dell’aberrante comportamento dell’uso attraverso un’aumentata trasmissione dopaminergica nel nucleo accumbens e del glutammato nelle regioni cerebrali ad esso connesse.

Recentissimi studi hanno indiscutibilmente dimostrato come la dipendenza, il craving, l’astinenza e la tolleranza possono riconoscere meccanismi neurobiologici differenti. Che i processi di tolleranza e di astinenza non siano strettamente connessi ai cambiamenti molecolari persistenti indotti dalle droghe è testimoniato dall’evidenza che essi scompaiono entro pochi giorni o settimane dall’interruzione dell’uso della sostanza, mentre il desiderio della sostanza può permanere. In altre parole, il craving rappresenta il sintomo patognonomico della dipendenza.

Secondo diversi autori la dipendenza è un processo dinamico dovuto ad una alterazione dei processi omeostatici dell’organismo. Il processo di addiction potrebbe essere così caratterizzato da un meccanismo a spirale coinvolgente più sistemi e costituito da tre fasi che sono:

  • l’anticipatoria;
  • la consumatoria;
  • l’astinenziale.

Tutte e tre le fasi sarebbero influenzate da componenti psicologiche, fisiche, sociali ed ambientali. La fase anticipatoria del consumo della sostanza sarebbe caratterizzata da un aumento di dopamina e dei peptidi oppiodi nel sistema mesolimbico-corticale e di glucorticoidi nel circolo ematico; la fase consumatoria da una massiccia liberazione centrale della dopamina e dei peptidi oppiodi; la fase d’astinenza da una drastica diminuzione delle concentrazioni cerebrali di dopamina e dei peptidi oppiodi e da un aumento ematico del corticotropin releasing factor (CRF) e del cortisolo.

L’aspetto neurobiologico di ogni fase corrisponderebbe a determinati aspetti comportamentali che caratterizzano i processi di dipendenza. In tutte le fasi un ruolo di primaria importanza sarebbe giocato dall’asse ipotalamo-ipofisario-surrenalico e dello stress, la cui alterazione funzionale sarebbe alla base dello sviluppo e del mantenimento dello stato di tossicodipendenza. Numerosi studi hanno infatti dimostrato come la somministrazione di corticosterone (l’equivalente del cortisolo dell’uomo) sia in grado di incrementare negli animali da laboratorio gli effetti comportamentali indotti dagli psicostimolanti. D’altra parte altri studi sperimentali hanno dimostrato che l’adrenelectomia, o la somministrazione di metapirone, un inibitore della sintesi del corticosterone, possano ridurre, negli animali da laboratorio, gli effetti di alcune droghe.

Da quanto esposto si comprende come solo l’uso iniziale di una sostanza possa dipendere dalla volontà della persona. L’uso delle sostanze nel tempo sarebbe, invece, sostenuto, da precisi cambiamenti neuronali e dal persistente desiderio del soggetto di assumere la sostanza. La ricaduta nell’uso delle sostanza. o lo stato protratto della tossicodipendenza, sarebbero una risposta automatica e del tutto involontaria dell’organismo agli effetti delle droghe (sostenuta da un nuovo riarrangiamento plastico del cervello).

Nella pratica clinica esistono delle evidenze che fanno supporre come la tossicodipendenza e soprattutto l’alcolismo possano riconoscere una predisposizione genetica. Non esistono, però, a riguardo studi univoci e definitivi capaci di identificare un gene o un tratto chiaramente ereditato, in grado di spiegare lo sviluppo della dipendenza. 

A tutt’oggi, rimangono ancora da chiarire le basi neurobiologiche del craving e delle ricadute ma, certamente, si è intuito come il cervello possa lavorare sotto gli effetti delle droghe e soprattutto il perché il tossicodipendente o l'alcolista ricercano compulsivamente la sostanza di cui non possono fare a meno.

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